di Alice Carnevale
Ci ride su il leader dell’ UDC Casini, intervistato per esprimere un parere sull’ennesimo rimpasto di Berlusconi, che due giorni fa ha nominato ben nove nuovi sottosegretari. “ Questa volta non posso che approvare l’operato del premier che, devo dire la verità, si sta dando veramente da fare per combattere la disoccupazione”, ha detto, fortunatamente facendo seguire un sorriso per far intendere il suo tono ironico. Eppure non pare ci sia molto da scherzare: la nuova mossa del premier ha creato ancora una volta tensioni con il Presidente della Repubblica che ha chiesto che le nomine venissero sottoposte al voto di fiducia. Scontata, d’altra parte, la risposta negativa del Presidente del Consiglio, forse dimentico del rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento che è alla base della nostra forma di governo parlamentare. Probabilmente, esaltato dal fatto di poter vantare di essere l’unico Presidente del Consiglio ad aver governato più di De Gasperi, si è distratto ed ha tralasciato la questione che modifiche sostanziose della compagine governativa richiederebbero una conferma della fiducia, specialmente se questa è richiesta dal Capo dello Stato.
Ma cerchiamo di chiarire le idee sui rimpasti e le nuove nomine che dal 2009 hanno interessato non di rado l’indistruttibile governo Berlusconi IV, e sul significato che hanno all’interno del suo operato.
La nomina di un nuovo Ministro in seguito a dimissioni, così come l’interim e il rimpasto (con cui si fa mutare l’incarico ministeriale all’interno del Governo), sono attuati con decreto presidenziale, su proposta del Presidente del Consiglio. Dal 2008 il numero dei Ministeri è stato ridotto da 18 a 12; il numero dei Ministri può tuttavia essere inferiore, dal momento che, tramite l’interim, un Ministro, o lo stesso Presidente del Consiglio possono essere predisposti a più Ministeri.
I Sottosegretari sono i più stretti collaboratori del Presidente dei Consiglio e dei Ministri stessi, pur non facendo parte del Governo in senso stretto; essi infatti vengono nominati come veri e propri Ministri, e cioè con decreto presidenziale su proposta del Presidente del Consiglio. A non più di dieci Sottosegretari, poi, può essere attribuita la carica di vice-Ministri, speciali Sottosegretari con deleghe particolarmente ampie.
Ecco le variazioni nell’attribuzione dei Ministeri all’interno del Governo dal 2010:
Galan è nominato Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali a seguito delle dimissioni di Zaia, eletto Presidente della Regione Veneto; Scajola si dimette dalla carica di Ministro dello Sviluppo Economico e sostituito dopo l’interim di Berlusconi da Romani; Brancher viene nominato Ministro per l’Attuazione del Federalismo Amministrivo e Fiscale (poi trasformato in Sussidiarietà e Decentramento) per dimettersi pochi giorni dopo; il Ministro alle Politiche Europee Ronchi e il vice-Ministro Urso rassegnano le dimissioni il 15 novembre 2010 in seguito alla nascita del nuovo gruppo parlamentare “Futuro e Libertà”; Galan sostituisce Bondi nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mentre Romano prende il suo posto nelle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Senza contare, poi, che nell’ultimo anno ci sono state 15 nuove nomine di sottosegretari (comprese le ultime 9), le dimissioni del Sottosegretario Cosentino e di Bertolaso, e l’uscita di 3 Sottosegretari dal Governo per aderire alla nuova formazione Fli.
Certo, se è vero che l’Italia è ferma dal punto di vista dello sviluppo economico, della ricerca e dell’innovazione, lo stesso non si può dire della sua vita istituzionale: una tale dinamicità all’interno del Governo potrebbe essere elemento di invidia da parte degli altri Paesi e caratteristica peculiare encomiabile della nostra identità! Ma, se abbandonassimo il tono scherzoso cui si è lasciato andare ieri Casini, l’analisi della situazione sarebbe alquanto diversa: non è tramite rimpasti, nomine ben ragionate e attribuzioni di incarichi a persone non tanto fidate quanto fedeli, che un Governo può dirsi rispondente alla maggioranza della popolazione, solido e stabile. Pare che il principio della democrazia e della rappresentanza si trovi sempre più stretto nelle nostre istituzioni politiche, lasciando però spazio sufficiente per il radicamento del criterio molto relativo della stabilità di Governo e del carattere nient’affatto rassicurante della personalizzazione della politica come indici di salute della Repubblica.
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