Nuovi Sottosegretari al Governo: quando il “cambiamento” nasconde la fragilità

di Alice Carnevale

Ci ride su il leader dell’ UDC Casini, intervistato per esprimere un parere sull’ennesimo rimpasto di Berlusconi, che due giorni fa ha nominato ben nove nuovi sottosegretari. “ Questa volta non posso che approvare l’operato del premier che, devo dire la verità, si sta dando veramente da fare per combattere la disoccupazione”, ha detto, fortunatamente facendo seguire un sorriso per far intendere il suo tono ironico. Eppure non pare ci sia molto da scherzare: la nuova mossa del premier ha creato ancora una volta tensioni con il Presidente della Repubblica che ha chiesto che le nomine venissero sottoposte al voto di fiducia. Scontata, d’altra parte, la risposta negativa del Presidente del Consiglio, forse dimentico del rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento che è alla base della nostra forma di governo parlamentare. Probabilmente, esaltato dal fatto di poter vantare di essere l’unico Presidente del Consiglio ad aver governato più di De Gasperi, si è distratto ed ha tralasciato la questione che modifiche sostanziose della compagine governativa richiederebbero una conferma della fiducia, specialmente se questa è richiesta dal Capo dello Stato.

Ma cerchiamo di chiarire le idee sui rimpasti e le nuove nomine che dal 2009 hanno interessato non di rado l’indistruttibile governo Berlusconi IV, e sul significato che hanno all’interno del suo operato.

La nomina di un nuovo Ministro in seguito a dimissioni, così come l’interim e il rimpasto (con cui si fa mutare l’incarico ministeriale all’interno del Governo), sono attuati con decreto presidenziale, su proposta del Presidente del Consiglio. Dal 2008 il numero dei Ministeri è stato ridotto da 18 a 12; il numero dei Ministri può tuttavia essere inferiore, dal momento che, tramite l’interim, un Ministro, o lo stesso Presidente del Consiglio possono essere predisposti a più Ministeri.

I Sottosegretari sono i più stretti collaboratori del Presidente dei Consiglio e dei Ministri stessi, pur non facendo parte del Governo in senso stretto; essi infatti vengono nominati come veri e propri Ministri, e cioè con decreto presidenziale su proposta del Presidente del Consiglio. A non più di dieci Sottosegretari, poi, può essere attribuita la carica di vice-Ministri, speciali Sottosegretari con deleghe particolarmente ampie.

Ecco le variazioni nell’attribuzione dei Ministeri all’interno del Governo dal 2010:

Galan è nominato Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali a seguito delle dimissioni di Zaia, eletto Presidente della Regione Veneto; Scajola si dimette dalla carica di Ministro dello Sviluppo Economico e sostituito dopo l’interim di Berlusconi da Romani; Brancher viene nominato Ministro per l’Attuazione del Federalismo Amministrivo e Fiscale (poi trasformato in Sussidiarietà e Decentramento) per dimettersi pochi giorni dopo; il Ministro alle Politiche Europee Ronchi e il vice-Ministro Urso rassegnano le dimissioni il 15 novembre 2010 in seguito alla nascita del nuovo gruppo parlamentare “Futuro e Libertà”; Galan sostituisce Bondi nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mentre Romano prende il suo posto nelle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

Senza contare, poi, che nell’ultimo anno ci sono state 15 nuove nomine di sottosegretari (comprese le ultime 9), le dimissioni del Sottosegretario Cosentino e di Bertolaso, e l’uscita di 3 Sottosegretari dal Governo per aderire alla nuova formazione Fli.

Certo, se è vero che l’Italia è ferma dal punto di vista dello sviluppo economico, della ricerca e dell’innovazione, lo stesso non si può dire della sua vita istituzionale: una tale dinamicità all’interno del Governo potrebbe essere elemento di invidia da parte degli altri Paesi e caratteristica peculiare encomiabile della nostra identità! Ma, se abbandonassimo il tono scherzoso cui si è lasciato andare ieri Casini, l’analisi della situazione sarebbe alquanto diversa: non è tramite rimpasti, nomine ben ragionate e attribuzioni di incarichi a persone non tanto fidate quanto fedeli,  che un Governo può dirsi rispondente alla maggioranza della popolazione, solido e stabile. Pare che il principio della democrazia e della rappresentanza si trovi sempre più stretto nelle nostre istituzioni politiche, lasciando però spazio sufficiente per il radicamento del criterio molto relativo della stabilità di Governo e del carattere nient’affatto rassicurante della personalizzazione della politica come indici di salute della Repubblica.


Cronache di ordinaria arroganza. Io sono la Legge

di Sophy60Rock

La Locanda di Cilindro è anche cronaca di una notte, in cui uno dei vostri reporter non ha dormito per assistere alle scene più riprovevoli della sua vita. Alle manifestazioni a cui ho partecipato, ho sempre ripudiato, seppur con ironia, le invettive contro le forze dell’ordine; stanotte qualcosa è cambiato nella mia opinione, comprendendo il perchè di certe definizioni del mestiere di carabiniere.

Alzando le persiane di una delle postazioni da cui la Locanda vi parla, le urla che in origine mi avevano svegliato si sono fatte più forti. Una ragazza inveiva contro un giovane (straniero?), che aveva appena picchiato a sangue il probabile fidanzato della ragazza. Altri due uomini, quasi con certezza due negozianti della pizzeria-kebab della piazza, erano rimasti feriti nella non chiara dinamica e si bagnavano la testa sanguinante. La ragazza continuava a piangere ed urlare, fino all’arrivo della prima pattuglia a sirene spiegate: entrambi i carabinieri, scendendo dall’auto, hanno subito inseguito il ragazzo straniero che correva via dal luogo.

Il primo carabiniere corre dietro di lui per qualche metro, forse 4 o 5 metri in cui non si concentra sulla corsa ma sul cercare di estrarre la pistola, minacciando “Se non ti fermi ti ammazzo“. Il secondo carabiniere, nell’audace inseguimento, inciampa al marciapiede. Afferrano entrambi il ragazzo ed incomincia il pestaggio con i manganelli. Nel frattempo, in piazza giungono 8 pattuglie dei carabinieri, 2 della polizia, una della Speciale. Intanto che il ragazzo – presunto criminale – è accasciato a terra e intorno a lui iniziano a formarsi pozze di sangue, la ragazza viene afferrata da uno degli uomini delle forze dell’ordine; lei inveisce di nuovo e cerca di liberarsi e allora vedo che il carabiniere chiaramente la schiaffeggia, la trascina, la spinge. Lei piange, si dimena per liberarsi, urla “Non alzare le mani”. Così il carabiniere la spinge verso un altro uomo, fischiando per richiamare l’attenzione: “Prendetela”. Un collega separa il carabiniere un po’ manesco dalla giovane, e lui urla: “Mi ha mandato a fanculo questa puttana”. La ragazza viene bloccata da tre uomini vicino un’autopattuglia (di cosa sarà colpevole?). Intanto il presunto fidanzato, che urlava di non toccarla, di lasciarla stare, è in manette intorno ad un numero imprecisato di carabinieri. (Sarà lui il criminale?)

Arrivano due ambulanze dopo TROPPO tempo. Quattro pozze di sangue, il giovane – suppongo straniero dall’accento- si alza barcollante e viene liberato dalle manette. Dopo un quarto d’ora e due suoi tentativi di non salire sull’ambulanza, lo trasportano in ospedale. La ragazza continua a piangere, mentre altri uomini parlano con lei, quello che si scopre essere il capitano, ovvero quello che l’aveva poco gentilmente schiaffeggiata e strattonata, continua ad urlare “la ragazza! La ragazza”: d’altronde una giovane di 50 kg per un metro e sessanta potrebbe fuggire facilmente a 10, 20 (?) carabienieri intorno a lei.

Tutti vengono portati in caserma. I curiosi si dileguano. Mi chiedo chi sia il criminale e chi la vittima. Guardo una ragazza spaventarsi dopo essere passata accanto ad un lago di sangue, e cerco di ricordarmi le lezioni di biologia per farmi un’idea sul destino del tipo malmenato. Nel palazzo davanti si accende una luce: vedo l’ombra di un tipo sedersi sul wc; ed è in questa scena che pittoricamente si metaforizza ciò a cui ho assistito.


Barack Obama: And Justice for All

di Sophy60Rock

Appena sintonizzati sul vostro telegiornale, avete aperto le bocche, vi siete riempiti di meraviglia e vi siete chiesti se la notizia del giorno fosse verità o costruzione. Per un attimo non avete pensato alla meta misteriosa della luna di miele Reale, né al Premier in tribunale a Milano, né alla in-discutibile beatificazione di Karol Wojtyla.

L’ immagine “fake” di quello che a Oriente è già stato definito un “martirio” scorre ancora in queste ore tra un Tg e l’altro, nonostante sia stata confermata dalla fonte originaria la sua falsità. L’impressionismo televisivo è così fervente che ha poca importanza la disinformazione che sta creando: ciò che conta è la suggestione, che passa dalle immagini festaiole a Ground Zero alla rievocazione delle Twin Towers che vanno in briciole. Emerge dai mass-media una logica inquietante: da un lato ci viene mostrata la causa-giustificazione dell’assassinio di Osama Bin Laden, attraverso i video dell’undici settembre e le testimonianze delle famiglie delle vittime dei vari attentati di al-Qaida. Dall’altro lato, la gente che esulta nelle piazze, prova di un “genuino” senso di giustizia.

Eppure nei volti di quella gente sorridente, così come nelle parole del Papa connotate dal tipico buonismo cristiano e nelle dichiarazioni della Casa Bianca (“Un piccolo team di americani ha effettuato l’operazione con coraggio e bravura straordinari. Nessun americano è rimasto ferito.”) c’è qualcosa di perverso e inaccettabile.

Con la giustizia si contraccambi il male e con il bene si contraccambi il bene” diceva Confucio. Una verità elementare, che si riassume  nell’ altrettanto banale formula per cui “odio genera odio”. Forse principi troppo semplici per essere seguiti. Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla: rivedo le immagini di Piazzale Loreto, delle masse che accecate dalla vendetta dimenticano il vero significato della parola “giustizia” che non può essere la festosa celebrazione di una morte, non può essere l’omicidio del colpevole. Ogni persona che esulta per questa “vittoria”, esulta allora per la pena di morte come rimedio al male e vede in una pallottola piantata in testa l’emblema di una giustizia che vince il terrorismo o addirittura un passo verso la pace.

Si descriverà ancora una volta un secolo buio, in cui un imperialismo mascherato da Democrazia fa della pena di morte (o della tortura) una soluzione più efficace della cattura e dello sconto della giusta pena detentiva. E trasforma l’esultanza in strada, tra i brindisi e le foto brucianti di Bin Laden, in un sinonimo di vittoria, nonché felice dimostrazione di potere.

Già nelle ore immediatamente successive alla cattura e all’assassinio del Most Wanted del terrorismo, i telegiornali hanno riportato i fatti salienti di questo successo politico-militare dal sapore tutto occidentale ma gli sviluppi e i dettagli intrinseci vengono aggiornati minuto per minuto, quindi occorrerà tempo per ottenere un quadro concreto e speriamo veritiero dell’accaduto.

Il presidente Obama nella dichiarazione ufficiale ha sostenuto che tale azione non vuole essere una dichiarazione di guerra al mondo islamico. Qualcuno dovrà tradurlo agli esponenti di al-Qaeda che hanno da poco giurato un’imminente vendetta.

Si chiuderà mai questo circolo vizioso nutrito dal sangue?


Beatificazione di Karol Wojtyla. Santo o meno, per cortesia, non gli scardinate la griglia!

di Beatrice Donati

Proprio come nel Secondo dopoguerra fu proibito ad ogni studioso di avanzare teorie revisioniste sul Fascismo, oggi, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, ci si trova di fronte all’impossibilità di analizzare con criticità la figura del defunto pontefice. I sostenitori, laici e credenti, lo descrivono come il primo papa geopolitico che, utilizzando un linguaggio universale, riuscì a restituire alla Chiesa un nuovo senso di unità e a dialogare con le altri religioni. L’esposizione mediatica, dal momento della salita al soglio pontificio fino agli ultimi anni della malattia, fu estrema. Eppure, dietro ai viaggi intercontinentali e ai bagni di folla in papamobile, giaceva un accanito oppositore della modernità. Con Karol Wojtyla, la ricerca teologica fu praticamente congelata e sostituita da un duro attacco all’illuminismo come dottrina filosofica che concede all’uomo il diritto di autodeterminazione, prescindendo da ogni obbedienza a Dio. Nel 2005, ufficializzò la sua sfida contro la «cultura della morte», rappresentata da aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, unioni civili e matrimoni omosessuali. Ricordiamo quando, il giorno dopo il gay pride del 2000, espresse «amarezza per l’affronto recato al grande Giubileo dell’anno Duemila e per l’offesa ai valori cristiani» oppure quando nel 1995 definì «democrazie totalitarie» gli stati democratici che consentono l’aborto, denominato «il genocidio dei nostri tempi». Quanto al mea culpa sugli errori della Chiesa, dal caso Galilei all’antigiudaismo, è condivisibile la posizione di Paolo Flores d’Arcais quando sostiene che questi grandi pentimenti sono sempre stati relativi a “peccati” ormai lontanissimi.

Spostandoci in America Latina, sarebbe impossibile trascurare il riferimento al celebre incontro con Augusto Pinochet nel 1987: affacciatosi sul balcone del Palazzo della Moneda, lo stesso nel quale Salvador Allende si era tolto la vita pur di non arrendersi ai golpisti l’11 settembre del 1973, benedì con volto rilassato e sorridente i funzionari del governo che assistevano all’incontro dal cortile, forse dimentico del democidio di migliaia di oppositori politici e della dittatura militare in atto. Tuttavia, il grande silenzio di Giovanni Paolo II non si limitò al Cile ma si estese a tutta l’America Meridionale, dove da anni aveva preso piede la cosiddetta Teologia della liberazione, il Vangelo che cammina con gli oppressi. L’occasione dell’assassinio del vescovo di San Salvador Óscar Romero fu simbolica. L’arcivescovo salvadoregno, che aveva dedicato tutta la sua vita alla denuncia delle violenze della dittatura, fu ucciso da un sicario proprio mentre celebrava Messa. Il Papa non si presentò al funerale, limitandosi a delegare un suo cardinale, e solo vent’anni dopo, nel 2000, iniziò timidamente a riconoscere i suoi straordinari meriti. Risulta dunque più che comprensibile la posizione di Don Andrea Gallo che pochi giorni fa ha dichiarato che avrebbe partecipato alla beatificazione di Wojtyla solo se si fosse svolta contemporaneamente anche quella di Romero che, da 31 anni, attende. Il sacerdote genovese ha dichiarato che, vista l’impossibilità di tale prospettiva, preferirà partecipare al Concerto del 1° Maggio e alle sue ballate resistenti.

L’etichetta che più si addice al Santo Padre è dunque quella di un Capo di Stato che, pur di liberare la sua Polonia e l’Europa dell’Est tutta dall’ormai corrotto socialismo reale, non esitò machiavellicamente a servirsi di ogni mezzo, anche del più illecito, pur di raggiungere il suo scopo. In America Latina, invece, dove già da vivo Romero era considerato santo e dunque politicamente ancora più pericoloso, non esitò a firmare  con il suo silenzio la condanna a morte dell’eroe salvadoregno.

Il grande personaggio storico e le sue novità si sono dunque regolarmente alternati ad oscurantismo e silenzi. Perché quindi non proporre la beatificazione di Alessandro VI Borgia? Seppur eletto simoniacamente nel 1492 e celebre per i rapporti incestuosi con sua figlia Lucrezia, il Papa di origine spagnola, pochi lo sanno, proprio all’indomani della scoperta del Nuovo Continente, si attirò gli odi dei conquistadores affermando, contrariamente alle credenze dominanti, che i selvaggi indigeni erano dotati di un’anima e che dunque non potevano essere messi in schiavitù.

Mettiamo quindi da parte scelleratezze ed errorucci e guardiamo unicamente alle novità. Nessuno faccia del revisionismo, nessuno si opponga alla Verità Ufficiale. I souvenir sono già pronti.

Per cortesia, non mi scardinate questa griglia che c’ho lavorato tutta la notte!

(tratto da Habemus Papam, regia di Nanni Moretti)


Di Paolo Liguori e d’altre sciocchezze

di Beatrice Donati

Ci risiamo. Anche questa mattina, Paolo Liguori, ospite indispensabile di ogni talk show che si rispetti, è tornato a minacciare di percosse il suo interlocutore. Riassunto della puntata precedente: giusto una settimana fa, durante il suo intervento a Niente di personale, lo avevamo lasciato mentre invitava amorevolmente il collega Gianni Barbacetto, da lui ribattezzato “il nuovo Khomeini”, a tacere, altrimenti lo avrebbe buttato giù dalla sedia. Oggi, invece, collegato da Milano con il programma Agorà, si è abbattuto anche sulla giornalista de La Stampa Antonella Rampino. Dato che con le donne occorre un maggiore sfoggio di charme, stavolta, ha espresso la vagheggiata  e romantica volontà di mettersi in viaggio per raggiungere lo studio romano con lo scopo di prendere a schiaffi la malcapitata che, risentita, ha abbandonato la trasmissione. E che diamine!, diceva falsità su Silvio Berlusconi.

Ora, è chiaro, non può andar sempre bene: Lotta Continua non può sempre regalarci un Gad Lerner, Il Giornale di Montanelli non può sempre lasciare in eredità un Marco Travaglio. A volte accade anche che la facoltà di Architettura Valle Giulia sforni un Paolo Liguori o  un Giuliano Ferrara. Dalla militanza nella sinistra a Studio Aperto con un solo salto. Succede, sì.

Occorre dunque chiedersi se, per amor di audience, sia proprio opportuno permettere che illustri esponenti dell’inteligencja di destra, da Liguori a Sallusti e da Sgarbi a Belpietro, calchino in modo così ossessivo ed ininterrotto ogni singolo, o quasi, salotto televisivo. È proprio vero ciò che sostiene il direttore del TgCom? Chi accetta di partecipare ad un talk show acconsente indirettamente al teatrino delle interruzioni e degli insulti? Comunque la si pensi, è chiaro che ogni programma e, soprattutto, il relativo conduttore ha la trasmissione che si merita. A L’Infedele, ad esempio, Borghezio o meno, non si urla mai.


Energia solare: crollano gli incentivi statali sugli impianti fotovoltaici

di Alice Carnevale

Risale a pochi gioni fa (venerdì 8 aprile) la manifestazione dell’A.E.S. (Azione Energia Solare), che ha visto rallentare la circolazione sul Grande Raccordo Anulare a causa di circa 2000 veicoli che procedevano a 30 km/h. E’ infatti stata denominata “Operazione lumaca” la protesta dell’associazione ambientalista, come a riflettere il rallentamento che la politica del governo  sta provocando in materia di energie rinnovabili. In particolare gli ecologisti hanno voluto porre l’accento sulla questione dell’energia solare e sul suo impiego negli impianti fotovoltaici: il decreto del Ministro dello Sviluppo Economico Romani prevede infatti delle modifiche sull’attuale sistema di incentivazione per chi voglia installare dei pannelli solari per produrre energia elettrica.

L’utilizzo del fotovoltaico, per coloro che ne abbiano usufruito fino ad ora, e per quanti volessero farlo entro il 31 maggio, rappresenta non solo un grande contributo allo sfruttamento di energie pulite, ma anche un conveniente investimento personale. Quella della costruzione di impianti fotovoltaici, infatti, è una scelta che prevede un forte impiego di capitale iniziale ma basse spese di manutenzione. Si può calcolare, inoltre, che alle latitudini dell’Italia centrale, un metro quadrato di moduli fotovoltaici (un solo pannello è costituito da più moduli assemblati in una struttura comune), può produrre in media 0,35 kWh/giorno nel periodo invernale e 0,65kWh/giorno nel periodo estivo, con un risultato di 180 kWh/anno.

Con gli incentivi statali precedenti al decreto Romani, definito dalle associazioni ambientaliste “ammazza-rinnovabili”, un proprietario di un impianto della potenza inferiore a 3kW guadagnerebbe annualmente 1540 euro; a questo si aggiunge il risparmio generato dall’abbattimento di consumo annuale di energia.

L’Italia, “baciata dal sole” in virtù della sua posizione geografica, è uno dei primi Paesi che potrebbe al meglio sfruttare l’energia solare, cercando di rendersi sempre più indipendente energeticamente e facendosi promotrice dello sviluppo delle rinnovabili. Eppure il mancato decollo negli anni passati del fotovoltaico è legato soprattutto alla mancanza di tariffe incentivanti in grado di trasformare proprietari di terreni, imprenditori, ma anche comuni cittadini in veri e propri produttori di energia. Con l’attuazione del decreto 2005 (a circa un anno di ritardo) , poi, è sorto il Conto Energia, un programma europeo di incentivazione della produzione di elettricità tramite l’uso del fotovoltaico, proprio con lo scopo di aumentare la redditività degli investimenti nel settore solare.

Nonostante il Conto Energia in Italia fosse riuscito in poco tempo ad assegnare i 100 megawatt previsti dal decreto 2005, il nuovo decreto “ammazza-rinnovabili” fa compiere al nostro Paese un pericoloso passo indietro. Esso ha quindi prodotto numerose critiche da parte di associazioni ambientaliste, ma anche di aziende e produttori, i quali hanno accusato il governo di essere responsabili di un possibile blocco dell’industria fotovoltaica, oltre che della prevista perdita di 1500 posti di lavoro. Il testo dell’art. 23 del decreto, che fissa a 8000 megawatt il tetto limite per percepire gli incentivi, sarà causa della fine dei finanziamenti delle banche alle industrie del fotovoltaico e del mancato raggiungimento dell’obiettivo del 20% di energia da fonti rinnovabili fissato per il 2020.

Rimane da chiedersi: come mai Paesi nordici come la Germania hanno consolidato il business del fotovoltaico, mentre la mediterranea Italia è ancora restia a farlo?


Roma, 26 marzo 2011 No al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua

di Alice Carnevale e Beatrice Donati

Guarda l’album fotografico: http://www.facebook.com/album.php?id=112633718803176&aid=35173


Diario di viaggio (prima parte)

di Silvia Petralito

Sono giorni che non mangio. Sono giorni che cammino. Sono giorni che mi nascondo. Sono appeso ad un filo labile, quasi impalpabile. Però dentro di me c’è una forza che non riesco a controllare: è la forza della vita, questa vita che non vuole darsi per vinta e vuole continuare a fiorire, a dare e a ricevere.

Vengo da una paesello del Sudan. Da piccolo i miei genitori mi parlavano di terre lontane dove l’acqua era potabile e ti arrivava direttamente a casa, dove non c’era bisogno di andare a caccia, e potevi trovare tutto nei “supermercati”, dove nessuno si ammalava più di malaria. Magari avessi potuto vedere un giorno tutto questo con i miei occhi!! E’ per questo bruciante desiderio che un giorno, dopo anni di duro lavoro, ho preso tutti i miei risparmi e li ho consegnati a dei “mercenari di sogni“, così si definivano. Non sono mai stati molto cortesi, ma ciò poco importa: l’importante è riuscire a raggiungere le coste di quella terra che tanto promette. La terra dei sogni. La vita ormai qui è diventata impossibile: non c’è da mangiare, le malattie stanno divorando lentamente, ad uno ad uno, i ridenti abitanti del mio villagio. Arriva il giorno della partenza: mi rimarranno per sempre impressi gli occhi umidi di mia madre, che mi guardavano allontanarmi e andare via. Non so se la rivedrò mai. Vorrei riuscire trovare un lavoro onesto e metter su famiglia, e magari un giorno riuscire a far venire anche mia madre nella terra dei sogni, per regalarle una vecchiaia serena. Lei però non dovrà intraprendere il viaggio che sto facendo io, non ce la farebbe mai a resistere.

Giorni e giorni, settimane, mesi. Io e un gruppo di uomini, più o meno una ventina, abbiamo attraversato il deserto a piedi. A tratti qualche buon uomo ci ha trasportato nel suo camion merci. E’ stato estenuante. Quattro di noi non ce l’hanno fatta, e purtroppo abbiamo dovuto lasciarli li, in mezzo ad un mare di sabbia. Non c’è stato tempo per seppellirli: ogni ora è vitale per raggiungere il nostro obiettivo. Ho impressi i loro occhi carichi di angoscia e di aspettative. Erano come me.

Questo cammino di vita e di morte è tanto lungo.

Non riesco a vederne la fine.

Finalmente un giorno riusciamo a vedere il mare. Manca un ultimo sforzo: questa distesa salata è l’ultimo ostacolo verso la terra dei sogni!! Siamo tutti così eccitati, ci abbracciamo l’un con l’altro. Incontriamo tante altre persone provenienti da altri luoghi dell’Africa, persone che affronteranno l’ultima tratta insieme a noi. Saliamo tutti sul barcone della speranza, di notte, al buio, per non essere scoperti. Si sta un pò stretti, ma nessuno ci fa caso. Dopo qualche giorno in mare aperto l’acqua e il cibo cominciano a scarseggiare. Sento le labbra e la gola secche, il sole arde sopra le nostre teste. Anche qui qualcuno ci abbandona, e i corpi senza vita vengono gettati in mare.

In questo cammino di vita e di morte non c’è spazio per i più deboli.

Un giorno, verso sera, eccola li: la costa. Non riesco a fermare le lacrime che mi sgorgano dagli occhi. Qualcuno lancia un grido per la contentezza. Ci dicono di stare zitti: i mercenari di sogni non sono molto amichevoli. Si sono portati acqua e cibo solo per loro, e non ce ne hanno voluto cedere nemmeno un pò. Sbarchiamo a notte fonda, ma, con sorpresa, troviamo molte macchine della polizia italiana ad aspettarci. Mi prendono con forza per un braccio, mi fanno salire su un furgoncino. Mi chiedono i documenti ma io non ce li ho, li ho persi durante il viaggio. La gente della terra dei sogni non è molto accogliente. Ci portano tutti in un “rifugio per profughi“, così lo chiamano loro. A me sembra più una prigione.

E’ un mese ormai che vivo nella terra dei sogni. Però fino adesso non sono mai uscito da queste prigioni, e non saprei dire se è davvero così bella come la si racconta. La notte si dorme tutti appiccicati, e non si riesce a prendere sonno per il forte tanfo. Il cibo è poco. In un mese molti altri barconi della speranza sono approdati a Lampedusa e tutte le persone che vi viaggiavano sono state portate qui. Siamo tantissimi. I bagni sono al collasso. Siamo in attesa di una decisione: non sappiamo se verremo rispediti a casa o se potremo rimanere. La gente del posto però ci allontana, non vuole che frequentiamo i loro bar, le loro strade, la loro isola. Pensano che siamo pericolosi, sporchi. Vorrei riuscire a dirglielo, anche se non conosco bene la loro lingua: “Sporco forse si, ma non farei mai del male a nessuno!! Sono venuto qui con un sogno in tasca da realizzare, non a distruggere quelli degli altri!”. Perchè non mi vogliono accogliere? Perchè mi trattano come un animale? Che gli ho fatto di male? Volevo solo costruirmi una vita migliore…

To be continued…


XVI giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

di Beatrice Donati

Guarda l’album fotografico: http://www.facebook.com/album.php?aid=34374&id=112633718803176


Fulvio Abbate per La locanda di Cilindro

di Saverio Mazzeo e Beatrice Donati


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