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Le Ultime…Starr

di Sophy60Rock

“Chi si ferma al passato costudisce un cimitero” ma è pur vero che non amare e conoscere il passato è un limite per la comprensione del futuro: una visuale  un pò filosofica per descrivere le emozioni contrastanti di un concerto, eppure è questo che si prova davanti ad uno dei mitici quattro: Ringo Starr. Un nome, e subito una qualifica: “Uno degli uomini più fortunati degli anni 60″…perché imparare a suonare a metà novecento, in una clinica per bambini, è quello che immaginate, semplicemente. Che non sia un batterista tecnico, è un dato più che una critica; dicono anche che Van Gogh non abbia mai avuto una tecnica di pittura.

Indubbiamente la carta vincente della sua carriera è stata il ruolo semplice ma essenziale e perfettamente idoneo svolto nei Beatles. Poi sono finiti gli anni d’oro del pop inglese, e Richard Starkey (nome di battesimo) ha intrapeso una carriera solita – meno fortunata – con la All Starr Band, permettendo però a nostalgici e nuovi fans di godere di un “pezzetto” di storia. Il concerto del 4 luglio all’Auditorium regalava tutto ciò: uno spettacolo a cui restare parzialmente interessati purtroppo, ma emozioni e lacrime che sapevano di “A little Help From My Friend” e di “Act Naturally”. E Ringo, anima unificante dello storico quartetto, simbolo dell’amicizia della band, è riuscito a dare quello che tutti i fans dei Beatles erano andati a cercare – costosamente – in questo evento. Unica mancanza… un saluto rapido, quasi impercettibile, troppo da Rock Star… perdonato solo per la chiusura sulle note di “Give peace a chance” che ha mandato in delirio il pubblico. Nemmeno questo torto può però toglierli la qualifica del più simpatico ondeggiante baronetto, amatissimo superstite di un mondo che giorno dopo giorno si allontana.


About Jack Folla

Un Dj nel braccio della morte

di Sophy Rock

Quando Diego Cugia autografò la copertina del mio “Jack Folla” con la dedica “A Sofia, auguri per il tuo libro” non me ne importò molto. Avevo ascoltato tutta la presentazione del suo nuovo scritto, ero rimasta affascinata ma non particolarmente, forse perché l’intrattenitore del meeting letterario era Federico Salvatore ed il clima era molto ironico e leggero. Avevo poi accantonato questa mia piccola scoperta culturale, fino a ieri notte quando, accendendo la radio su una frequenza a caso,  sento uno speaker parlare di un Albratos, con una sensazionale perifrasi per descrivere il suo volo maestoso: era proprio Cugia alias Jack Folla. Così ho riascoltato alcune puntate del programma radiofonico, ho riletto i passi che più mi avevano colpito del suo libro e si è risvegliato quindi un interesse che ora voglio convidere e far conoscere.

Per chi non l’abbia mai sentito, Jack Follaè un personaggio di fantasia natodalla pennadello scrittore,giornalista e regista Diego Cugia. Jack conduce un programma radiofonico dalla sua cella di Alcatraz, celebre prigione americana; il programma è stato trasmesso realmente su Radio Rai 2 nel ’99, riscuotendo subito un enorme successo. Si tratta di una mescolanza di interventi critici, politici, sociali e musica davvero, davvero buona. Con proposte che vanno dai classici del Rock al cantautorato italiano, ogni trasmissione è ricchissima sia di riflessioni sulla realtà italiana e mondiale, sia di semplici pensieri dello scrittore che frequentemente diventano intermezzi poetici, aforismi e frasi d’effetto. La voce di Cugia è coinvolgente e calda, il linguaggio fervente: impossibile non farsi trasportare. Dal 2010 le puntate della prima stagione (ne esiste una seconda, “Jack Folla c’è”), vengono ritrasmesse sulla stessa radio a mezzanotte e vi consiglio di ascoltarne almeno una per meglio comprendere questo originale fenomeno culturale. E se ne rimarrete affascinati, cosa su cui ho pochi dubbi, potrete facilmente reperire in streaming tutte le puntate.

Perchè vi parlo di Jack Folla? Ovviamente per ricordarvi sempre dove c’è la buona musica, e su quale stazione radiofonica sintonizzarvi mentre guidate tornando a casa. Ma questa volta il servizio è completo: tra un disco e l’altro, non potrete spegnere il cervello!


Cronache di ordinaria arroganza. Io sono la Legge

di Sophy60Rock

La Locanda di Cilindro è anche cronaca di una notte, in cui uno dei vostri reporter non ha dormito per assistere alle scene più riprovevoli della sua vita. Alle manifestazioni a cui ho partecipato, ho sempre ripudiato, seppur con ironia, le invettive contro le forze dell’ordine; stanotte qualcosa è cambiato nella mia opinione, comprendendo il perchè di certe definizioni del mestiere di carabiniere.

Alzando le persiane di una delle postazioni da cui la Locanda vi parla, le urla che in origine mi avevano svegliato si sono fatte più forti. Una ragazza inveiva contro un giovane (straniero?), che aveva appena picchiato a sangue il probabile fidanzato della ragazza. Altri due uomini, quasi con certezza due negozianti della pizzeria-kebab della piazza, erano rimasti feriti nella non chiara dinamica e si bagnavano la testa sanguinante. La ragazza continuava a piangere ed urlare, fino all’arrivo della prima pattuglia a sirene spiegate: entrambi i carabinieri, scendendo dall’auto, hanno subito inseguito il ragazzo straniero che correva via dal luogo.

Il primo carabiniere corre dietro di lui per qualche metro, forse 4 o 5 metri in cui non si concentra sulla corsa ma sul cercare di estrarre la pistola, minacciando “Se non ti fermi ti ammazzo“. Il secondo carabiniere, nell’audace inseguimento, inciampa al marciapiede. Afferrano entrambi il ragazzo ed incomincia il pestaggio con i manganelli. Nel frattempo, in piazza giungono 8 pattuglie dei carabinieri, 2 della polizia, una della Speciale. Intanto che il ragazzo – presunto criminale – è accasciato a terra e intorno a lui iniziano a formarsi pozze di sangue, la ragazza viene afferrata da uno degli uomini delle forze dell’ordine; lei inveisce di nuovo e cerca di liberarsi e allora vedo che il carabiniere chiaramente la schiaffeggia, la trascina, la spinge. Lei piange, si dimena per liberarsi, urla “Non alzare le mani”. Così il carabiniere la spinge verso un altro uomo, fischiando per richiamare l’attenzione: “Prendetela”. Un collega separa il carabiniere un po’ manesco dalla giovane, e lui urla: “Mi ha mandato a fanculo questa puttana”. La ragazza viene bloccata da tre uomini vicino un’autopattuglia (di cosa sarà colpevole?). Intanto il presunto fidanzato, che urlava di non toccarla, di lasciarla stare, è in manette intorno ad un numero imprecisato di carabinieri. (Sarà lui il criminale?)

Arrivano due ambulanze dopo TROPPO tempo. Quattro pozze di sangue, il giovane – suppongo straniero dall’accento- si alza barcollante e viene liberato dalle manette. Dopo un quarto d’ora e due suoi tentativi di non salire sull’ambulanza, lo trasportano in ospedale. La ragazza continua a piangere, mentre altri uomini parlano con lei, quello che si scopre essere il capitano, ovvero quello che l’aveva poco gentilmente schiaffeggiata e strattonata, continua ad urlare “la ragazza! La ragazza”: d’altronde una giovane di 50 kg per un metro e sessanta potrebbe fuggire facilmente a 10, 20 (?) carabienieri intorno a lei.

Tutti vengono portati in caserma. I curiosi si dileguano. Mi chiedo chi sia il criminale e chi la vittima. Guardo una ragazza spaventarsi dopo essere passata accanto ad un lago di sangue, e cerco di ricordarmi le lezioni di biologia per farmi un’idea sul destino del tipo malmenato. Nel palazzo davanti si accende una luce: vedo l’ombra di un tipo sedersi sul wc; ed è in questa scena che pittoricamente si metaforizza ciò a cui ho assistito.


Barack Obama: And Justice for All

di Sophy60Rock

Appena sintonizzati sul vostro telegiornale, avete aperto le bocche, vi siete riempiti di meraviglia e vi siete chiesti se la notizia del giorno fosse verità o costruzione. Per un attimo non avete pensato alla meta misteriosa della luna di miele Reale, né al Premier in tribunale a Milano, né alla in-discutibile beatificazione di Karol Wojtyla.

L’ immagine “fake” di quello che a Oriente è già stato definito un “martirio” scorre ancora in queste ore tra un Tg e l’altro, nonostante sia stata confermata dalla fonte originaria la sua falsità. L’impressionismo televisivo è così fervente che ha poca importanza la disinformazione che sta creando: ciò che conta è la suggestione, che passa dalle immagini festaiole a Ground Zero alla rievocazione delle Twin Towers che vanno in briciole. Emerge dai mass-media una logica inquietante: da un lato ci viene mostrata la causa-giustificazione dell’assassinio di Osama Bin Laden, attraverso i video dell’undici settembre e le testimonianze delle famiglie delle vittime dei vari attentati di al-Qaida. Dall’altro lato, la gente che esulta nelle piazze, prova di un “genuino” senso di giustizia.

Eppure nei volti di quella gente sorridente, così come nelle parole del Papa connotate dal tipico buonismo cristiano e nelle dichiarazioni della Casa Bianca (“Un piccolo team di americani ha effettuato l’operazione con coraggio e bravura straordinari. Nessun americano è rimasto ferito.”) c’è qualcosa di perverso e inaccettabile.

Con la giustizia si contraccambi il male e con il bene si contraccambi il bene” diceva Confucio. Una verità elementare, che si riassume  nell’ altrettanto banale formula per cui “odio genera odio”. Forse principi troppo semplici per essere seguiti. Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla: rivedo le immagini di Piazzale Loreto, delle masse che accecate dalla vendetta dimenticano il vero significato della parola “giustizia” che non può essere la festosa celebrazione di una morte, non può essere l’omicidio del colpevole. Ogni persona che esulta per questa “vittoria”, esulta allora per la pena di morte come rimedio al male e vede in una pallottola piantata in testa l’emblema di una giustizia che vince il terrorismo o addirittura un passo verso la pace.

Si descriverà ancora una volta un secolo buio, in cui un imperialismo mascherato da Democrazia fa della pena di morte (o della tortura) una soluzione più efficace della cattura e dello sconto della giusta pena detentiva. E trasforma l’esultanza in strada, tra i brindisi e le foto brucianti di Bin Laden, in un sinonimo di vittoria, nonché felice dimostrazione di potere.

Già nelle ore immediatamente successive alla cattura e all’assassinio del Most Wanted del terrorismo, i telegiornali hanno riportato i fatti salienti di questo successo politico-militare dal sapore tutto occidentale ma gli sviluppi e i dettagli intrinseci vengono aggiornati minuto per minuto, quindi occorrerà tempo per ottenere un quadro concreto e speriamo veritiero dell’accaduto.

Il presidente Obama nella dichiarazione ufficiale ha sostenuto che tale azione non vuole essere una dichiarazione di guerra al mondo islamico. Qualcuno dovrà tradurlo agli esponenti di al-Qaeda che hanno da poco giurato un’imminente vendetta.

Si chiuderà mai questo circolo vizioso nutrito dal sangue?


Guerra e Rock’n'Roll

Una folle e suggestiva tesi

di Sophy Rock

Da sempre oggetto di dibattiti infuocati, da sempre centro di ferventi discussioni, da sempre inutile fonte di banali affermazioni: è la ricerca del primato tra il Rock’n'Roll delle origini e la musica moderna. Ricorrenti le frasi: “Non si può restare ancorati al passato”;”Quella è preistoria” ; “La musica è andata avanti”. “Oggi qualsiasi chitarrista suonerebbe meglio”. I gusti, rimarchiamolo, sono insindacabili ma ero troppo in disaccordo, all’epoca degli spunti che mi diedero queste frasi: allora ho iniziato la ricerca di qualche risposta più consona all’antico e irrisolto problema. Ancora oggi i giovani appendono nelle proprie camere i poster dei Led Zeppelin e dei Beatles, si impossessano del mito di Jim Morrison,  indossano abiti vintage e disegnano lingue sui muri. Si vendono ancora i dvd di Monterey Pop Festival. Tutti nostalgici con poca capacità di valutare il livello tecnico delle band?

Sappiamo che non è così, ma noi che difendiamo a spada tratta l’immortalità del R&R ci giustifichiamo forse in modo errato sul perché di tutto ciò: “Senti che sound, però” dirà l’appassionato di Psychedelic Rock; ” Ma ha inventato la chitarra elettrica” dirà il Rocker; “Guarda che frontman” dirà il Mod: tutte risposte coerenti, ma forse non sufficienti a spiegare la fenomenologia del “long live Rock’n'Roll”. Ho passato mesi riflettendo e ricercando una causa, quella profonda, quella che vive nell’anima di queste tendenze. Ed ecco la scintilla che mi ha illuminato: una frase, letta di sfuggita, e il sentore di aver colto un senso profondo:

“Quando nacque l’uomo che rivoluzionò il rock a colpi di riff, piovevano bombe a Dartford, era il 18 dicembre 43, Churchill e Hitler non erano in buoni rapporti e il neonato di casa Richards fiutò l’aria pensando a giorni migliori.”

La guerra, ecco la paradossale risposta! In un mondo sotto una pioggia di bombe le Marie del Rock’n'Roll partorivano i grandi personaggi della storia della musica: nasceva , per esempio, nel ’40, John Lennon, durante il raid aereo a Merseysid, contea di Liverpool (e per chi se lo stesse chiedendo, nel frattempo la famiglia Ono sopravviveva al bombardamento di Tokyo in un bunker a capanna). Nel ’44 a Londra venivano alla luce un piccolo Page dai tratti asiatici e un biondissimo Daltrey.

Come la Nottola di Minerva guardo a quella fase della storia, vedo un pianeta che ha tremato per diversi anni e la minaccia della morte sulla testa di ogni uomo: e penso a queste nascite, leggo le loro biografie e vedo questi bambini a cui i genitori e gli zii racconteranno la guerra, bambini che saranno gli stessi uomini che faranno maturare l’eco del Mississipi oltreoceano, portando la musica alla gente.

Nati durante una tale crisi bellica, questi artisti inconsciamente saranno portatori di un bisogno mondiale di pace e quotidiana serenità: è in questo carico storico sulle loro spalle che risiede la ragione per cui la musica degli anni ’60 e ’70 mantiene e manterrà il primato, aldilà di ogni soggettività.

Bisogna pensare ad un mondo sporcato dal sangue e dalla crisi, dalla fame, dai sentimenti d’odio e dagli estremismi ma proprio in tale buio, uno dopo l’altro, verranno alla luce coloro che faranno la storia della musica: quei germogli, nati in un gelido inverno, nel superare tale freddo, daranno fiori più forti e frutti migliori.

E’ così che nasce l’anima del Rock ‘n’ Roll: da un travaglio, materno e mondiale.


RubriRock ~ Web Radio?

di Sophy60Rock

La rete è piena di pagine interamente dedicate alla proposta musicale, ed alcune sono fatte così bene da offrire musica no-stop, studio e live, possibilità di scegliere tra decine di generi (dal Rock Psichedelico al Tango) e udite udite, alcune di queste offrono la possibilità di ascoltare per intero alcuni Album che nella vita tutti dovrebbero aver ascoltato almeno una volta! (Tommy, In a silent way, The sounds of India, ecc….)

Stiamo parlando di Radio3 Net “Florian Pittis”…scoperta attraverso il passaparola, può risolvere un grande problema, ossia quello di procurarsi dischi difficilmente reperibili, considerando la ormai consolidata inefficienza di E-Mule (…e fatta salva la possibilità di acquistarli, ma quanti di voi conosco fornitori DAVVERO forniti?…).

“Florian Pittis”  offre ben 1001 dischi (numero quasi ironico): tutti interessanti, che potrete liberamente ascoltare senza necessità di effettuare download, registravi al sito o altro: aprite il link e scegliete un disco…anche a caso, non c’è insuccesso!

L’unico problema in cui potreste incombere navigando nel sito è legato al fatto che la Radio è rumena e quindi in lingua rumena…ma non facciamo troppe storie, siamo dello stesso ceppo linguistico e tutti parliamo la stessa lingua quando si tratta di musica!

http://www.radio3net.ro/Cele-mai-bune-500-albume-de-muzica

Buon Ascolto!


L’anello mancante tra Classica e PopMusic

di Sophy60Rock

Un biglietto gratuito, un primo dicembre dalle condizioni climatiche favorevoli, l’autobus “M” che ti spedisce pressoché all’ingresso dell’Auditorium Parco della Musica; poi la grande scalinata, la scelta accurata di un posto con una buona visuale, le luci che si fanno fioche, l’ingresso dell’Orchestra Sinfonica Italiana…un ragazzo sale a doppi gradini sul palco e saluta il pubblico con veloci ed efficaci convenevoli:

voce fioca ma profonda, toccante, un paio di Converse nere, jeans attillati e folti riccioli scuri che cadono sull’occhiale “nerd”. Prende la bacchetta per dirigere, scambia qualche sorriso e parola d’intesa con un anziano violinista. Ecco che il giovane in t-shirt spalanca le braccia…un momento di vuoto – s’interrompe il mormorio – ed è musica: antica, moderna, classica, ambient, radiofonica, orchestrale, pop, incalzante: tradizione e novità si mescolano nella direzione orchestrale di Giovanni – come definirlo Maestro Allevi, nel suo look casual? – . La teatralità e la presenza scenica che gli appartengono si percepiscono autentiche, soprattutto negli intermezzi poetici in cui recita brevi pensieri: ” [....] ed è in uno di quei giorni perfetti che è venuta a trovarmi questa musica” :con questa e con altre piccole introduzioni, Allevi dirige o interpreta sul pianoforte graffianti composizioni come “Perfect day”, lasciandomi profondamente sorpresa quando riesco a scorgere in alcuni passaggi influenze di assoli melodici che appartengono quasi al Metal. Ritornano poi evidenti schemi classici, e dopo ancora si riesce a canticchiare un ritornello. Ecco che comprendo finalmente questo personaggio: probabilmente, da un punto di vista tecnico, saranno anche vere le parole di Uto Ughi (peggior critico dell’Allevi), ma la freschezza, l’inusualità, la novità che lo descrivono come “musicista classico contemporaneo”  non sono assolutamente biasimabili. E chiunque può sperimentare sulla propria pelle come egli renda interessante e comprensibile un linguaggio musicale generalmente lontano dai comuni gusti.

Nella musica probabilmente è stato scritto quasi tutto, dunque l’innovazione strettamente tecnica è qualcosa di molto complesso, un miraggio per molti; eppure in Allevi si ritrova un’effettiva innovazione , legata al modo di concepire la direzione artistica, privata di abiti seriosi e atteggiamenti troppo distaccati dal pubblico, nonché l’introduzione di contaminazioni che rendono la musica d’orchestra più accessibile: tutte innovazioni di un campo che sicuramente necessitava di essere svecchiato.

Lo stesso Allevi, rispondendo alle numerose critiche, ha definito il mondo della classica “malato” e i suoi componenti una “casta impegnata a perpretare la propria concezione dell’arte”: sicuramente non bisogna meravigliarsi che un personaggio del genere, nel suo tentativo di rinnovamento di questo ambiente, abbia ricevuto tanti forti attacchi, probabilmente scatenati dall’ invidia dei conservatori.

Quando si è totalmente ignoranti su un genere, ed i più lo sono sulla “classica contemporanea“, resta molto più facile comprendere se si ama davvero ciò che si ascolta, e nell’assenza di pregiudizio persino una settantofila convinta quale la sottoscritta può rimanere affascinata ed anche stupita da come sia accessibile un genere che fino a poco tempo fa avrei definito ostico e non consigliabile agli amanti del rock e simili.

Il verdetto: se si è dotati di una buona sensibilità e di una sana curiosità per generi classici rivisitati, la musica di Allevi è sicuramente un buon diversivo e magari un’interessante scoperta. Sconsigliatissimo agli antologisti di Musica Classica…classica.

Come sempre…De Gustibus.


“Sotto terra”:una traduzione ad litteram per la Musica Underground

di Sophy60Rock

L’ “Underground” è la prima e più antica rete metropolitana al mondo, 402 km di gallerie sotto i piedi degli inglesi, un treno secolare che tocca tutti i punti della capitale europea…parimenti l’omonima musica scorre sotto il substrato del panorama artistico: viaggia,però, troppo silenziosa. Il concetto di Underground nasce con il fenomeno della Beat Generation, affermandosi come volontà di opporsi alla cultura di massa attraverso la proposta di stili di vita e modelli creativi liberi e alternativi.

Nella moderna e a noi più vicina concezione, la musica underground riguarda la tendenza della maggior parte degli artisti agli esordi ad autofinanziarsi o ad affidare la produzione ad etichette discografiche minori. L’underground si prospetta quindi come il necessario e spontaneo palcoscenico per chiunque si avventuri nel non riconosciuto “mestiere” di musicista. D’altro canto esso rappresenta l’unico modo significativo per comunicare emozioni senza vincoli “industriali” e, di conseguenza, l’unico ambiente musicale in cui mantenere vivo un minimo fenomeno di controcultura. L’ampliarsi del panorama della musica autoprodotta – di cui MySpace è la maggiore o forse unica piazza pubblicitaria- manifesta la volontà congiunta di artisti e pubblico di portare avanti scelte diverse da quelle praticamente imposte dalle Major; perché il meccanismo delle Grandi è soprattutto un meccanismo di mercato, che trasforma e riduce la musica in semplice merce. Riassumendo la filosofia delle Major,infatti, si rileva un modo di agire basato sul principio aziendale per cui la musica deve vendere, e per farlo deve rispondere ai gusti dei più: ed effettivamente vende e si afferma come tendenza grazie alla potenza economica di queste multinazionali. Ma il forno delle grandi case produttrici, oltre che incentivare artisti che hanno doti non solo riconosciute ma anche riconoscibili, da spesso vita a personaggi che, astraendo dai personali gusti e quasi oggettivamente, appaiono come “riempiture” di spazi radiofonici: artisti “preconfezionati” su criteri sempre più quantitativi e meno qualitativi. Mi chiedo, quindi, in quanti di quei musicisti che oggi ci vengono offerti sono effettivamente presenti qualità come competenza, capacità, stile e originalità, se la selezione nel mondo della musica è soggetta sempre più a parametri economici? Pensando a quelle pubblicità create per lanciare improvvisamente nuovi volti, con le loro canzoni doverosamente trasmesse a ripetizione in ogni radio, mi pongo due domande: la prima,ironica e spietata, “Ma chi è?”. La seconda, più ragionata: “Perché questo personaggio, dall’oggi al domani, riceve un serio riconoscimento artistico (oltre che un corrispettivo da rockstar per i suoi concerti), mentre i talentuosi musicisti senza strada spianata non ricevono riconoscimento alcuno, anzi si ritrovano ad esibirsi in un clima in cui è il locale a rendere il favore al musicista e non viceversa?” …come un popolo che si lamenta del proprio Governo non può che puntare il dito verso se stesso, così noi che odiamo canticchiare canzoni che non abbiamo mai ascoltato dovremmo incominciare ad essere più critici verso ciò che prepotentemente le Major, pubblicità e programmi musicali ci rifilano. E,a mio avviso, in questa arringa di difesa e perché no, di promozione, della musica underground, dare maggior spazio a nuovi artisti, incentivare i live ed aprire la mente a nuovi generi musicali, alla sperimentazione, quantomeno per uscire dalla classica etichettatura di “italiani sempre arretrati”.

L’Underground è controcultura, volontà di non decedere davanti ad un capitalismo musicale, nasce così negli anni cinquanta e continua ad esistere, forse anche inconsciamente, negli spiriti di coloro che non si piegano all’umiliante condizione imposta da un sistema commercializzato.

Sosteniamo l’Underground. Nient’altro da dichiarare.


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