di Silvia Petralito
Non è facile andare via dal proprio paese. Lasciare la propria casa, i propri affetti, le proprie abitudini. Molta gente però è costretta a prendere una scelta: e scegliere la propria casa potrebbe voler dire morte.
Il problema dell’immigrazione in Italia è grave e dibattuto da tempo. L’Italia di qualche tempo fa, e in parte anche tutt’ora, veniva vista come la “nuova America” dalla gente dei paesi dell’est e da quelli africani. Gli italiani non sono mai stati però molto ben disposti all’accoglienza. Si respira un diffuso sentimento di rigetto, di paura. Ci sentiamo invasi. C’è chi dice che questa gente è venuta a rubarci il lavoro. C’è chi dice che la maggior parte di loro non sono altro che dei delinquenti, degli animali. Ci si preoccupa più di loro che della crisi lavorativa dovuta in parte anche ai raccomandati, gente con zero preparazione che ascende ad ambiti posti di lavoro solo perchè “amica di”. Sono loro quelli che rubano veramente i posti di lavoro. Ci si sofferma troppo su una visione superficiale dell’essere umano, celebrato nei secoli come essere talmente complesso, e adesso ridotto a zoomorfo. Una persona, se trattata al pari di feccia e ridotta a condizioni miserrime, diventa veramente un animale, che sia africana, italiana, americana, finlandese.
La curiosità di tutta questa vicenda è che neanche un secolo fa eravamo noi stessi italiani ridotti ad una immigrazione disperata per la sopravvivenza. Centinaia, migliaia. E noi stessi non fummo proprio trattati teneramente. E non c’è cosa più triste per un popolo che rinnegare il proprio passato, fare finta di niente, fingere di essere sempre stati quel Paese pseudo-benestante che pretendiamo di essere adesso, alla pari dei “grandi d’occidente”. Meglio non mischiarsi con la gente del terzo mondo. E la Gelmini docet con quel progetto aberrante di qualche tempo fa di separare le classi italiani/stranieri. Roba da far accapponare la pelle.
Il mio non è un discorso politico od economico, sono perfettamente conscia del peso che un’immigrazione di massa possa portare ad un’economia già debole qual’è quella italiana( anche se, gestita in maniera corretta potrebbe anche portare a risvolti se non positivi almeno sostenibili). La mia è una denuncia allo snobbismo dell’italiano medio, al qualunquismo, al disinteressamento e al troppo interessamento in maniera distorta, all’ignoranza e alla cafonaggine verso gente bisognosa di aiuto.
Tutte le settimane si consumano tragedie sotto gli occhi impassibili del mediterraneo, intere famiglie muoiono di stenti in barconi senza acqua ne cibo. Bambini. Corpi gettati in mare. E i superstiti rimangono traumatizzati a vita da uno spettacolo al quale nessuno dovrebbe mai prendere parte. Ed è impressionante come, a questa gente venga addirittura vietato da qualche proprietario di entrare nei bar. Che vergogna. Viene spontaneo il riferimento ai cartelli “vietato entrare ai cani e agli ebrei” dei tempi del totalitarismo, sotto le leggi razziali. Cartelli tanto criticati in tempi odierni. E pensare poi che l’Italia si basa su una costituzione brocardo dei diritti umani. Articolo 3: uguaglianza formale e sostanziale. E ancora, viene ogni forma di discriminazione legata al sesso, alla religione all’etnia, all’orientamento sessuale, al pensiero politico. Parole bellissime, è la pratica che è carente. L’intolleranza verso gli immigrati non è che uno dei sintomi di un intolleranza più diffusa verso ogni forma di diverso che colpisce gli italiani, così gelosi e attaccati alle proprie tradizioni. La bella Italia non vuole essere contaminata. Eppure integrazione è una parola così bella, da l’idea di qualcosa di pieno, di completo. Di un mutamento positivo. Bisogna abbattere le barriere mentali e culturali, e iniziare a parlare di “loro” come di “noi”:esseri della stessa specie alla ricerca della felicità. O perlomeno, più semplicemente, di tranquillità.







