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Santoro: eroe per una notte

di Saverio Mazzeo

Annozero non delude mai. L’ultima puntata, fino ad ora, del programma di Santoro ha regalato emozioni. E sì, perché succede che giovedì sera sintonizzi la tua tv su Rai2 sapendo che potrebbe essere l’ultima puntata (ci dissero così anche l’anno scorso) e, automaticamente, ti aspetti di assistere all’attacco frontale del giornalista campano a Garimberti. Non a Berlusconi, a Garimberti. Perché Santoro sarà pure un vecchio arnese della sinistra, ma non è banale. In realtà, forse, ti frega poco degli ospiti, i politici, o presunti tali. L’informazione la fa il contorno, cioè tutto il resto. As

petti e aspetti ancora, davanti al televisore, sino alle undici e venti minuti circa. Lo fai, forse inconsciamente, solo nella speranza di vederlo zittire due ministri del calibro di Castelli e Brunetta; nella speranza di poter avere anche tu, insieme a lui, idealmente, la possibilità di replicargli in faccia, perché proprio certe sere non li reggi questi signori. E puntualmente lui lo fa. Prima però, e qui viene il brutto, l’irreparabile, l’insopportabile persino, devi sorbirti il resto. Prima le prediche di don Bersani, in versione cardinalizia con tanto di pause soporifere. Eh, se non ci fosse stato Crozza con le sue imitazioni esilaranti…( ti chiedi mentre ti affossi pian piano sul divano). Poi il duetto formidabile Brunetta-Castelli, che litigano perché mentre parla uno lo interrompe l’altro e viceversa. E pensi: avessero almeno qualcosa di serio da spiegare… Poi un primo lampo, ed è dello stesso Brunetta, quando ricorda al prete progressista che solo qualche anno fa, lui, il nucleare lo voleva eccome. “Si vabbé ma…”, si dirà. Lo voleva, punto. Tant’è che pensi: vuoi vedere che stasera Brunetta mi dà qualche soddisfazione? Invece niente, è un falso allarme. Poi inizia a dare i numeri anche lui. A proposito, c’è Castelli! No niente, quando parla lui il tuo cervello è in “stand by” (succede soprattutto se sei Terrone). Nel mezzo, però, c’è spazio anche per chi ti rinsavisce, ognuno a modo suo. Uno con i discorsi intelligenti sulla politica energetica e l’altro con qualche battuta o metafora esilarante: Beppe Grillo e Tonino Di Pietro. Nonostante la simpatia innata dell’ex magistrato, ti tocca riconoscere che i ruoli sono invertiti. Non se l’abbia a male il buon Tonino, perché una “standing ovation” se la becca lo stesso quando si riferisce al Nano dicendo:“A me va bene che il fedele non vada in chiesa, ma che il prete dica “non venite a messa” mi pare un peccato mortale”. Mentre Grillo, come al solito, colpisce nel segno. Illustra, argomenta, fornisce fatti (ah! I fatti… che bello sentir parlare di fatti, nell’Italia delle opinioni). Arriva l’ora di Travaglio. Ecco, finalmente Annozero ti sembra una tribuna politica. Peccato duri solo cinque miseri minuti, troppo pochi per chi ha voglia di sentir parlare gente che non urla, che parla bene. Gente d’altri tempi forse. Dispensa qualche pillola di giornalismo serio, poi si rimette al suo posto e di lui si sentono solo le risatine contagiose.

 E infine l’eroe, o l’antieroe, della serata: Michele “Sant’Oro”. Dicono che sia diventato antipatico, magari lo è sempre stato. Che sia fazioso lo dicono in tanti, ma questo non è un problema, almeno per te. Per esempio, preferisci lui, e di gran lunga, a quel mattacchione di Fabio Fazio. Lui, che fazioso lo è eccome, ti sta sui santissimi perché fa di tutto per nasconderlo. In pratica, fa lo scemo per non andare in guerra. Santoro invece no, quasi te lo conferma con lo sguardo. Anzi, ci gioca su questa cosa, anche con gli ospiti. Ed è questa sua sincerità che apprezzi di lui, oltre che la sua bravura da indiscusso showman. L’apoteosi arriva nel finale, quando non può far altro che rivendicare i suoi numeri (numeri da fenomeno, piaccia o non piaccia); quando disperatamente invoca una Rai libera dai partiti, pubblica più che privata; quando, insieme a te, grida in faccia ai ministri, ancora più forte di loro. E in quel momento provi quasi un orgasmo di libertà.


E se domani

di Saverio Mazzeo

Per entrare a far parte della politica italiana non serve una laurea, servono i soldi. E questo perché la Costituzione è stata scritta dai partiti, ed è a loro stessi che essa accorda i più grandi privilegi. Così uno dei padri costituenti, Basso: “I partiti sono la più alta espressione della democrazia, perché consentono a milioni di cittadini di diventare ogni giorno partecipi della gestione politica della vita del Paese” (seduta pomeridiana del 6 marzo 1947). Peccato però, che proprio i partiti non siano stati istituzionalizzati dai costituenti, assumendo la forma di mere “associazioni private”. Ed ecco apparati sempre più imponenti che sempre di più richiesero somme di denaro tali da sorreggerli. Ecco la corruzione ed il suo culmine: Tangentopoli.

La politica della grande democrazia italiana nata dallo scempio animalesco di piazzale Loreto, quindi, non è pubblica ma privata. Un bene è pubblico quando è di proprietà di tutti. Di conseguenza, la politica è di tutti se tutti possono accedervi senza distinzioni di portafoglio, conto in banca, parentela, look. Gli italiani hanno rinunciato a quel bene – che richiedeva partecipazione, potere di decidere, quindi responsabilità – dandolo in appalto alla “classe politica”, l’élite teorizzata da Gaetano Mosca. Solo colpa del Nano?

Ora, la Carta fondamentale è improvvisamente divenuta Santa. Ma non illudetevi, non è per devozione verso di essa. Piuttosto, sembra una nuova moda, insieme con “l’invito ad abbassare i toni”. Fanno a gara per sembrare, ognuno, il più rassicurante, serioso, responsabile. Intanto non c’è una sola norma costituzionale che imponga di avere un parlamento “pulito”, sarebbe il minimo. Mentre i partiti continuano, grazie ad una furberia, a ricevere milionari finanziamenti pubblici.

Come si può pretendere che questi signori, che badano agli affari di partito, abbiano a cuore le sorti dell’università pubblica? La necessità primaria delle larvate dittature è sempre quella di impadronirsi delle scuole, per trasformarle da scuole di Stato in scuole di partito. L’istruzione pubblica è al tramonto. Soccombe a favore di quella privata. Si torna al Medioevo: l’epoca dei mecenate e degli intellettuali di corte. Tutta colpa del Nano e del suo Governo, diranno i conformisti che parlano con la “erre” moscia pur non avendola, quelli che studiano, quelli dei salotti buoni. Quelli che forse, grazie al partito, prima o poi arriveranno, faranno, comanderanno. Puttanate. Sono tutti esponenti entusiasti del neo-cameratismo rossonero (nel senso del “politicamente trasversale”). É la dittatura dell’élite.

Nemmeno l’istruzione pubblica è intoccabile, come niente in questo mondo. Nelle più prestigiose università italiane si tace vergognosamente su uno dei capitoli più cupi e importanti della storia italiana: la guerra civile tra il 1943 e il 1948. Ciò vuol dire che la responsabilità dello sfascio universitario italiano non è di un sol uomo, di un partito, di una ministra vergognosa. Almeno sul piano della credibilità.

Sull’entrata della facoltà di Scienze politiche de “La Sapienza” di Roma campeggia la scritta, a caratteri cubitali, “facoltà antifascista”. Ma in quanti sanno cosa significhi in italiano quell’aggettivo?

Nel frattempo, a furia di nominarli, con tanto di corona d’aglio intorno al collo, il Nano è riuscito a riesumare pure i comunisti. Quelli innocui, per fortuna. É bene che si ricordi una cosa, a proposito dei rossi: in sede di Assemblea costituente il Pci si oppose sino all’ultimo momento all’istituzione di un organo fondamentale come la Corte costituzionale, in nome di un’ideologia che prevedeva solo una repubblica “nella quale l’equilibrio dei poteri costituzionali” si accentrasse “intorno al Parlamento”, e ad esso soltanto (fra l’altro, Togliatti lo pretendeva monocamerale). Vuoti di memoria.

Riguardo alle comunali: un dieci in pagella a Pisapia e De Magistris, il semi-nuovo che avanza con la bandiera rossa da museo. L’avvocato di De Benedetti (non certo il prototipo dell’uomo nuovo) e l’ex magistrato, perlomeno sembrano mosche bianche se confrontati con gli altri. Meglio loro, si capisce. Un dieci farcito di lode a Massimo Cacciari, il filosofo (si presume marxista-leninista, data la propensione alle profezie fallite) che alla vigilia delle comunali aveva riempito intere paginate di “Repubblica” col suo monito inquietante: “Con questi candidati la sinistra non vincerà mai”. Giù il cappello.

Ma se invece iniziassimo a votare per coloro che, con grande coerenza, hanno rinunciato ai finanziamenti pubblici? E se evitassimo di inginocchiarci sui fagioli dell’ideologia? E se domani trovassimo il coraggio di partecipare attivamente alla vita politica di questo Paese senza delegare certi signori? Se ci riappropriassimo di ciò che è nostro? Se dessimo più credito ai comici entrati in politica piuttosto che ai comici della politica? Certo, sarebbe un salto nel vuoto. Ma non ci faremmo poi così male, visto che il fondo lo abbiamo quasi già toccato.

Quanto scritto dispiacerà sia ai fascistelli che ai comunistelli. Che, credete a chi vi scrive, insistono nello starci sempre tra i piedi. Eccome se insistono. Basta scendere per strada. Chi scrive, comunque, non lo fa per piacere né agli uni né agli altri.


Scandalo a Napoli. Mezzucci per non arrivare a sentenza

di Saverio Mazzeo

Continuano a succedere cose inquietanti. I pubblici ministeri di Napoli hanno presentato la dichiarazione di ricusazione nei confronti del presidente Casoria. Maurilio Prioreschi, avvocato difensore di Moggi, ha dichiarato ad una trasmissione radiofonica :”è un’iniziativa di una gravità assoluta. Credo che nella storia giudiziaria di questo paese non sia mai accaduto che un pm ricusi per due volte lo stesso giudice nell’ambito del medesimo processo. I pubblici ministeri hanno evidentemente timore di perdere questo processo.

Avendo paura di perdere cercano di dilatare il più possibile i tempi entro i quali arrivare ad una sentenza di primo grado. Infatti, i motivi che sono stati dedotti a sostegno della dichiarazione di ricusazione non sono motivi che il codice di procedura penale prevede come motivi di ricusazione, i quali sono tassativamente previsti dalla legge. Loro sostengono la ricusazione perché il presidente Casoria avrebbe un interesse nel giudizio, il che equivale a sostenere che ella avrebbe interesse ad assolvere, altrimenti non ci sarebbe motivo per ricusare. A conferma della gravità dell’iniziativa dei pm, aggiungo che questo procedimento disciplinare ancora si deve celebrare e quindi, in questo modo, i pm che fanno? Si arrogano il diritto di poter giudicare disciplinarmente la dottoressa Casoria.”

Quindi, siccome il codice prevede che il giudice ricusato non può emettere sentenza o concorrere ad emettere sentenza, è chiaro che i pm (cioè l’accusa) vogliono sospendere il processo. Lo hanno già chiesto formalmente alla Corte d’Appello. Se venisse approvata la ricusazione della Casoria si azzererebbe tutto. Tutto buttato nel cesso, a meno che tutti le parti non diano il consenso ad utilizzare gli atti già compiuti. Ma non siamo così fessi da credere a quest’ultima ipotesi. La strategia dei pm è evidente: tenere sotto pressione il giudice Casoria e vedere come reagisce a questa ricusazione che puzza di ricatto.

Senza dimenticare che lo stesso risultato ci sarebbe nel caso dovesse essere approvato in parlamento il ddl sul processo breve. Anche in questo caso, sarebbe praticamente un processo già morto. In questo modo, tutti potrebbero dire: Luciano Moggi non già assolto, bensì salvato dalla prescrizione. Una tattica subdola, da ominicchi, da mezz’ uomini, da ratti…da Mo-ratti.

Ormai lo abbiamo capito che non si arriverà a sentenza, anche perché questa sarebbe chiara: non c’è chi accusa, di conseguenza non c’è un colpevole. In un certo senso li capiamo questi signorotti. Non esiste al mondo che possa vincere la difesa dopo tutti questi anni di macchinazioni e sacrifici propagandistici. Ci pensate alle figure barbine che farebbero? Non si arriverà a sentenza perché Moggi potrebbe rientrare nel mondo del calcio. In quel caso, finirebbe la ricreazione e sarebbero dolori per tutti. In fondo, Moggi è il “sogno eretico” di molte persone.

Ma i fatti contano sempre più delle parole:


L’hobby dell’informazione – tra calcio e sedute spiritiche

di Saverio Mazzeo

Grande profeta fu Alexis de Tocqueville quando scrisse: “la maggioranza ha spesso i gusti e gli istinti di un despota”. Il Pensiero Unico spadroneggia senza freni nel “Paese dei Moratti” ( omaggio alla creatura di Giorgio Meletti). Per questo motivo, adottiamo sempre come regola delle nostre ricerche il “dubbio assoluto” su tutti i pregiudizi e la “divergenza assoluta” da tutte le teorie conosciute, proprio come l’aristocratico francese nativo di Besançon, Charles Fourier. Oggi ci tocca ricordare all’italica stirpe seguace del Pensiero Unico, soprattutto quella che segue il giuoco del calcio, che si è appena svolta l’ennesima udienza del processo di Napoli. Ebbene, sull’udienza in sé meglio non scrivere nulla, non foss’altro che oramai anche il giudice Casoria ha capito che si tratta di una sceneggiata odorante di petrolio. Infatti, per tirar sù il morale della truppa, costretta ancora una volta a subìre l’orrenda tortura di ascoltare l’inascoltabile, ha dato vita ad un siparietto imperdibile (grazie a Radio Radicale).
Dalla deposizione di Monti Fabio, giornalista del Corriere della Sera (il motivo per il quale costui è coinvolto nel processo andatevelo a cercare. Ci scuserete; è importante sapere come gioca l’Inter, ma ancora di più lo è informarsi da soli, tra l’altro su questioni più serie):
Giudice Casoria: Ma Lei è tifoso dell’Inter?
Monti: Sì.
(Il pubblico in aula, tra le risate, applaude ironico)
Nel successivo:
Monti: Sempre secondo Giacinto Facchetti gli arbitri che facevano parte di questa cupola erano De Santis, Palanca, Gabriele, Bertini anche se in parte, Racalbuto, Trefoloni e Pellegrino.
Presidente Casoria: Non ho capito quell’inciso “Bertini almeno in parte”. Perché in parte sì ed in parte no?
Monti: Perché secondo Facchetti era una cosa non compiuta.
Presidente Casoria: In che termini, scusi.
Monti: In che termini bisogna chiederlo a Lui, insomma, se si potesse…
Presidente Casoria: Eh beh, le sedute spiritiche ancora non sono ammesse dall’ordinamento.
Che dire: straordinario. A proposito, l’accusa, in blocco, ha deciso di non presentarsi in aula: sono risultati assenti Gianfelice Facchetti e Nucini, così come il pm Narducci (quello che andava agli incontri letterari con Massimo Moratti). Strepitosa anomalia tutta italiana: l’accusa che non accusa. Mentre la difesa, cioè il collegio difensivo di Luciano Moggi, accusa eccome. Anche in questa udienza, infatti, ne esce non solo indenne, ma addirittura rafforzata (cosa che avviene stabilmente dall’inizio del processo). Il pm Capuano fa presente che aveva citato i teste Zamparini, Facchetti e Nucini i quali si sono impegnati a presentarsi in aula l’8 marzo, ma gli altri avvocati fanno presente i loro impegni per quella data. La Presidente Casoria, allora, fissa l’udienza per il 15 marzo e Capuano risponde che i suoi teste avevano dato la disponibilità per l’8, motivo per cui non sa se il 15 sono impegnati. La presidente Casoria è categorica: “E si disimpegnano!”. L’udienza è tolta, la prossima è il 15 marzo.

Infine, evidenziamo gli effetti devastanti del Pensiero Unico, riportando un “pubblico” botta e risposta (lo trovate su Facebook: pagina ufficiale di Oliviero Beha) tra un esponente del Pensiero Unico nonchè interista (al sud si dice: cornuto e mazziato) ed, appunto, Oliviero Beha:
Esponente del P.U. : Ho letto l’articolo su Calciopoli presente sul Fatto Quotidiano…afferma come Calciopoli non sia finito bla bla bla..favori pro-Inter ogni domenica…bla bla bla…mi scusi, una domanda: ma su Motta contro il Cagliari non c’era un rigore? E su Cambiasso contro la Fiorentina? Se poi c’è più convenienza ad attaccare l’Inter perché si vende di più e si è più simpatici..allora continui così! Personalmente la stimavo moltissimo come giornalista, ma da 5 anni a questa parte lei scrive da tifoso. E mi dispiace davvero tanto perché abbiamo perso un grande giornalista! Spero non se la prenda ma è la mia modestissima opinione.
O.B. : Scusi, ma tifo per chi? Non si è accorto che Lei come qualunque tifoso di calcio è stato preso in giro per anni dal potere sportivo variamente declinato? Ma davvero vuol discutere di un rigore dato o no, di Motta e di Alemagna? Lei è prima persona o prima tifoso dell’Inter? Non vede come è stata danneggiata e poi risarcita l’Inter negli anni? Ma pensa davvero che io difenda (magari da tifoso della Fiorentina…) la Juventus o Moggi e non la ricerca della verità? E’ tanto tifoso da essere cieco? “Forza Inter!” Le basta per rivedere le sue approfondite opinioni? Vada su wikipedia: il tifo non è una malattia se circoscritta al pallone, ma se deborda diventa peste. E allora come sostiene Socrate, sono cazzi! Stia bene.

“Bisogna applicare il dubbio alla Civiltà, dubitare della sua necessità, della sua eccellenza e della continuazione della sua esistenza”.

Due delle intercettazioni inedite fornite dalla difesa:



Il caffè dell’onestà – Moratti perde la causa contro Mazzola e Bradipolibri, ma il popolino non vede e non sente.

di Saverio Mazzeo

Ricapitoliamo. Succede che nel 2004 Ferruccio Mazzola, ex calciatore, pubblica il libro Il terzo incomodo. Le pesanti verità di Ferruccio Mazzola. Figlio di Valentino, capitano del Grande Torino, e fratello minore di Sandro, bandiera dell’Inter, Ferruccio si racconta senza peli sulla lingua. Dice di sentirsi, appunto, il terzo incomodo in mezzo a quelle due figure che, nel calcio, avevano avuto un po’ più fortuna di lui. Ma, cosa più importante, in quelle pagine Ferruccio accusa, rivela degli aneddoti che, se appurati, potrebbero riscrivere oppure ridefinire buona parte della storia calcistica italiana del dopoguerra: la storia della Grande Inter di Helenio Herrera. Quelle rivelazioni sono pesantissime: il “Mago” Herrera faceva dopare i suoi calciatori, mettendo anfetamine nei loro caffè. Quegli stessi atleti che, nel giro di tre anni, passando dall’anonimato alla gloria eterna, erano arrivati a vincere tutto, in Italia e in Europa.

Succede che Massimo Moratti e Giacinto Facchetti (presidente ed ex presidente onorario dell’Inter) sporgono querela contro Mazzola e la Bradipolibri (la casa editrice del suddetto libro) e la vicenda finisce in tribunale. Ferruccio dichiara: “Dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell’Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità“. Dalle parole si passa ai fatti. Mazzola chiama in aula a testimoniare tutti i campioni di allora. Sono campioni che hanno fatto parte della storia del calcio italiano. Tutti passano, uno dopo l’altro, in un’aula del tribunale di Roma a rendere conto di quei caffè, a difendersi dall’accusa di doping. Tra questi ci sono: Giacinto Facchetti, il fratello Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez, Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, che vuole sentire dalla loro voce – e sotto giuramento – la verità su quella Grande Inter che negli anni ’60 vinse in Italia e nel mondo.

“Non l’ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto”, dice Ferruccio.

In aula di tribunale dichiara: “Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno ‘il caffè’ di Herrera divenne una prassi all’Inter”. Alla domanda: “Cosa c’era in quelle pasticche?” risponde: “Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro. Da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi”.

Alla domanda: “Pensa che dal dibattimento uscirà un’immagine diversa dell’Inter vincente di quegli anni?” Ferruccio risponde sicuro: “Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all’Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere”.

Ma veniamo all’attualità. Ebbene, succede pure che l’Inter, che nella persona di Giacinto Facchetti (quello che, “piaccia o non piaccia”, si diceva che mai avesse parlato con arbitri o designatori arbitrali) aveva richiesto un risarcimento di un milione e mezzo di euro per danni patrimoniali e morali, quella causa l’ha persa malamente. La richiesta danni è stata respinta da parte del tribunale di Roma chiamato ad esprimersi in merito, e l’Inter non ha presentato appello. La sentenza del giudice unico Rosaria Ricciardi è stata chiara: “(…) il libro è costituito prevalentemente da una serie di racconti che hanno visto come protagonista il Mazzola nel corso della sua carriera, nonché da una serie di testimonianze di molti ex calciatori. Attraverso un racconto chiaro e completo, scevro da espressioni malevole o offensive, gli autori delineano un quadro generale e storico del calcio dell’epoca”. Ergo, tutte le dichiarazioni di Ferruccio Mazzola sono state considerate vere da un tribunale della Repubblica.

Bene, e le conseguenze di ciò? Nessuno paga? Va tutto bene così? Arrivederci e grazie? No, allora diteci, diteci pure: che significato ha, per voi, l’onestà? Diteci cosa rappresenta, come la intendete, come ve la immaginate. Fateci un esempio, uno soltanto. Spiegateci cosa vi frulla per la testa quando issate il vessillo della purezza, del candore, dell’infinita bontà. Avanti, prendetevi tutto, non già solo gli scudi, ma anche i sogni, le passioni, le emozioni infrante e mai più recuperabili. Continuate a provare orgasmi multipli, o tripli (come il vostro sporco “Triplete”), fate pure che fate bene.

* Armando Picchi: morto a 36 anni nel 1971 per tumore alla colonna vertebrale

* Marcello Giusti: morto a 54 anni nel 1999 per tumore cerebrale

* Carlo Tagnin: morto a 67 anni nel 2000 per osteosarcoma

* Mauro Bicicli: morto a 66 anni nel 2001 per tumore al fegato

* Ferdinando Miniussi: morto a 61 anni nel 2001 per epatite C

* Giacinto Facchetti: morto a 64 anni nel 2006 per tumore al pancreas

* Enea Masiero: morto a 65 anni nel 2009 per tumore


Affetti da idiosincrasie musical-culturali, un ricordo per Faber

di Saverio Mazzeo

11 gennaio. E sono dodici. Dodici anni e un anniversario da ricordare: la scomparsa di Fabrizio De André; dodici anni dalla morte, sì, ma quella del corpo. Molte poesie con musica, pochissime dichiarazioni, mai un’ ostentazione, un vezzo, un’arroganza, nonostante la forza delle idee. L’ironia e l’amarezza, la voce ruvida, cinica, dolcissima, attenta a chi sta un po’ più indietro, fuori, a parte. De Andrè è stato una poesia, un ritmo diverso. La colonna sonora appartiene ad un altro tempo, attenta a scandire i gradi di una contraddizione esistenziale che resta nella memoria di chi non sa che fare, che dire, di fronte ad un video sincopato o ad un ritornello stupido, sia che provenga da Sanremo che da Amici.  Era, è sempre stato una linea d’ombra, un silenzio carico di note, un personaggio un po’ più scomodo di altri. Mai di moda, per questo: indimenticabile.


La verità è una scelta

di Saverio Mazzeo

Ogni giorno si assiste a sconfortanti lezioni di calcio politicizzato e politica calcistizzata. Pur di camuffare, non la verità ma anche soltanto la ricerca della verità, si riesce a mischiare tutto in un minestrone maleodorante, Craxi e Moggi, Tangentopoli e Calciopoli (a condizione di circoscriverla a Moggiopoli), giustizia ordinaria e giustizia sportiva. Calcio e Politica, due mondi molto più vicini di quello che si possa pensare o che si voglia vedere. Perché nella loro nuova vita parallela non hanno avuto attenzione che per se stessi, non hanno più chiesto né cercato la Passione di alcuno. Si sono voluti chiudere in se stessi, in tempi e modi diversi, dopo quelle storie finite male: Tangentopoli e Calciopoli. Hanno perso il loro antico fascino del saper incuriosire, appassionare, coinvolgere. È evidente, infatti, il conseguente calo di affluenza, sia alle urne che negli stadi italiani, e i motivi sono assolutamente identificabili.

Facile scorgere nella maggior parte della gente l’indifferenza o l’apatia per la politica e, in misura minore, per il calcio ( infatti è storico l’odio dei non juventini nei confronti della società torinese. Immaginate quante bottiglie di champagne si sono scolati nel 2006…). Se solo, dopo le epurazioni (siamo sicuri?) di Tangentopoli e Calciopoli, ci avessero dato dei buoni maestri anziché rifilarci delle macchiette come Lotito o Pecoraro Scanio, probabilmente avremmo anche potuto credergli e crederci un po’ di più.
È facile notare che il Milan appartiene al presidente del Consiglio, l’Inter a Moratti (proprietario della Saras Raffinerie Sarde S.p.A. che rappresenta il 15% della capacità di raffinazione in Italia) ed a Tronchetti Provera (riuscito nell’impresa di fare 48 miliardi di euro di debiti con la Telecom), la Fiorentina ai Della Valle (quelli della Valleverde), il Genoa a Preziosi (quello dei giochi), la Juventus agli Agnelli che però, in 12 anni di gestione Moggi, non versarono nemmeno un soldo nelle casse della società perché la famosa Triade (Moggi, Giraudo e Bettega) già dal 1994 metteva in pratica quello che oggi, cadendo tutti dalle nuvole, chiamano “fair play finanziario” (forse un motivo c’è: in questo caso si parla di società quotata in borsa, con tanto di azionisti. Truccare i bilanci evidentemente non si può). Ora, posto che le intercettazioni su cui si è poggiata, traballando non poco, la sentenza spiritosa del 2006, sono state svolte a cura della Telecom: dovrebbe far riflettere il fatto che l’uomo “nuovo” chiamato nel 2006 a diventare presidente della Federcalcio e a fare “pulizia” nel mondo del calcio sia stato Guido Rossi (sì, proprio quel Guido Rossi membro del cda dell’Inter dal 1995 al 1999 e successivamente presidente della stessa Telecom che assegnò uno scudetto (a chi? All’Inter!) che lo stesso Cesare Ruperto, il giudice di Calciopoli, definì “da non assegnare”). Quello scudetto (campionato 2005-2006) venne assegnato all’Inter per “condotta etica della società”, infatti il 25 Maggio 2006 il Gip del Tribunale di Udine, Giuseppe Lombardi, accoglie la richiesta di patteggiamento dell’ex attaccante uruguayano dell’Inter, Alvaro Recoba, e di Gabriele Oriali, responsabile dell’area tecnica della società nerazzurra, infliggendo la pena di sei mesi di reclusione ciascuno (sostituita con una multa di 21.420 euro) per i reati di concorso in falso e ricettazione. Per intenderci, Oriali svolgeva lo stesso ruolo che svolgeva Moggi alla Juventus, sono che l’Inter ha subìto solo una sanzione di 700.000 euro (una bazzecola) per “responsabilità oggettiva”. Non si capisce perché la Juventus abbia la responsabilità piena per quello che fa il suo DS, mentre l’Inter abbia solo la responsabilità oggettiva per il suo pari-ruolo. Facile notare che Abete, il presidente della Figc, c’era prima e c’è adesso, ed è impossibile che non sapesse nulla. Così come si scopre agevolmente che il grande accusatore Franco Baldini non si vede più, è scomparso, non va nemmeno al processo di Napoli a deporre come accusatore. Comunque, come è vero che finirà in burla (prescritta) la seconda Calciopoli della “giustizia”” sportiva, “Ma come!”, disse Oliviero Beha, “Andreotti prescritto fino al 1980 e Berlusconi prescritto professionista sono due infamoni, e nel caso del calcio la prescrizione suona come un’assoluzione a divinis? E su, un minimo di decenza!”, così è vero che in un mondo marcio la rimozione di Moggi è partita dall’interno della Juventus per un regolamento di conti, di cui gli altri capoclan calcistici si sono giovati.

Ed ecco come Calciopoli (Farsopoli?), di cui non parla più nessuno (meravigliosa astinenza od omissione), diventa una perfetta lente di ingrandimento dei rapporti tra magistratura e informazione, con sullo sfondo ma neanche tanto la politica. Sia quella sportiva che la Politica con la maiuscola. Ma bisogna avere voglia di vedere tutto quello che questa lente ingrandisce. E invece non è stato così, tranne per due eccezioni; per carità, altri giornalisti tifosi hanno parlato di farsa, ma sono appunto tifosi. Gente ottima per il solito chiacchiericcio nelle trasmissioni sportive ma che risultano meno credibili all’opinione pubblica fuori da quel contesto. Uno è Enzo Biagi, che ebbe il tempo di esprimersi dicendo che Calciopoli è “una sentenza pazzesca, e non perché il calcio sia un ambiente pulito. Una sentenza pazzesca perché costruita sul nulla, su intercettazioni difficilmente interpretabili e non proponibili in un procedimento degno di tal nome…” L’altro è Oliviero Beha, che per due anni ha condotto una piccola rubrica molto apprezzata all’interno del Tg3, fin quando non è stato censurato con fare stalinista ma anche molto berlusconiano dalla direttrice Berlinguer. Strano, proprio quando il centrodestra si “sberlusconizza” (come cambiano i tempi!). Bizzarro vedere che un Paese che si è mobilitato su vasta scala per la libertà di stampa e contro la legge-bavaglio, cose grosse naturalmente, poi chiude gli occhi quando succede la stessa cosa ad un Beha qualunque piuttosto che ad un Santoro o ad un Travaglio, per i quali giustamente si sono visti titoloni sui giornali e se ne è parlato molto in tv.

Evidentemente il processo di Napoli, le cui udienze si svolgono quotidianamente nel silenzio assordante dei media, fa paura; è nell’aria, si sente, si respira. Le tesi dell’accusa stanno cadendo e, a onor del vero, tra tutti i testimoni sfilati fin’ora (testimoni anch’essi dell’accusa, vale la pena di sottolinearlo) nessuno è stato né incisivo né decisivo. Ognuno si è perso in una selva di “non ricordo”, di “certe cose si dicono a caldo, è normale”, di “non so”, di “non posso esserne certo” (i file integrali degli interrogatori sono a disposizione in rete). Alcuni fanno, addirittura, di tutto per non comparire davanti ai giudici: come l’uomo più onesto d’Italia, Massimo Moratti, che ogni tanto, secondo “Il sole 24 Ore”, si diverte a truccare bellamente i bilanci dell’Inter. Intanto, senza il lavoro del collegio difensivo di Moggi, il Pensiero Unico “avrebbe sventolata altissima la sua bandiera e il nome del suo eroe, il tenente colonnello Auricchio, un ufficiale dei carabinieri che di calcio non ne sapeva mica tanto e che a stendere il. suo romanzo accusatorio sulla Juve s’era fatto aiutare da un giornalista della “Rosea”. Quell’Auricchio che durante i mesi più roventi di Calciopoli assurse al rango di un Voltaire dei tempi moderni e che alle recenti udienze del processo di Napoli sta facendo delle figure barbine”. Noi, gente rancorosa e presuntuosa, come Voi ci definite, vi diamo appuntamento in primavera, quando la Vera magistratura smonterà uno dei processi massmediatici più ridicoli della storia.


Touchdown

di Saverio Mazzeo

Nel parlamento italiano si gioca alla pallacorda mentre fuori scoppia la rivoluzione. Si, vabbè che il 20 giugno del 1789 l’Assemblea Nazionale francese si trasferì nella Sala della Pallacorda, ma non si mise certo a dividere in due la Sala per formare il campo da gioco né tanto meno si armò di palla e racchetta esibendosi in combattutissimi tornei. Ovvio, mica gli Straquadanio di turno, i Calearo, i Cesario e gli Scilipoti ( ma chi sono?) vanno in parlamento in tenuta ginnica, però magari giocano a qualche altro sport; di certo giocano sul futuro dell’Italia. Tanto lo abbiamo imparato, è una questione di numeri. Tutto per un pugno di voti. Le sorti di un Governo e di una Nazione, tra ripensamenti e promesse, passano per un maledetto pugno di voti. Tutto qui? A questo si riduce la politica italiana?
Siamo in vantaggio noi! Falso, avremo la fiducia per 10 voti! Io il mio voto lo vendo per cinquecentomila euro! Non se ne parla, trecentocinquantamila o salta l’affare! C’è ancora l’offerta 3 per 2? Che bello sport (di corrotti, fra l’altro), governare l’Italia. Si, pronunciamola questa pericolosa e patriottica parola, scriviamola. Ormai va di moda dire “Paese”, come se si avesse paura del fatto che il popolo possa capire che si sta parlando di lui, dei suoi problemi, della sua nazione. Non bisogna svegliarlo il popolo, altrimenti si mette a piangere e tocca dargli la pappa. Come dice quello lì, “il popolo è un bambino”. Pronunciatela quella parola. Avete forse paura di diventare troppo nazionalisti, avete forse paura dello sfociare di nuovi nazionalismi? Nell’ultimo caso siete da ricovero.
Nel ’94, la “discesa in campo” di Berlusconi non preoccupa nessuno. Si autoproclama il campione di turno, si rivela poi il peggior bidone della storia repubblicana. La sinistra invece, in campo non c’è mai scesa. Non ha mai fatto nemmeno il consuetudinario riscaldamento prepartita, è sempre rimasta in panchina a guardare gli altri giocare. Del resto, l’egemonia organica gramsciana, indispensabile per governare a lungo, l’ha messa in pratica il Cavaliere. L’occupazione di tutto l’occupabile è stato un gioco tutto suo, gli altri hanno potuto solo guardare, senza toccare. I voti di fiducia sono punti messi in palio dal grande campionato che vede protagoniste due sole squadre, che ancora qualcuno si ostina a chiamare “destra” e “sinistra”. Parole svuotate di significato. Eppure c’è ancora qualcuno che pensa che Berlusconi sia il padrone della Destra italiana, e qualcuno che crede che Bersani sia il nuovo Berlinguer. Altri invece ti guardano in faccia con aria di insopportabile superiorità solo perché si definiscono “di sinistra”. Come se il fervore intellettuale degli ultimi trent’anni unito a quello fresco, di oggi,  sia stato e sia solo un’esclusiva di quella determinata generazione e di quella determinata ideologia politica ed il contrassegno della sua superiorità sull’altra. Anche gli altri, malgrado il fascismo, “di cui quelli nati parecchi anni dopo piazzale Loreto non sanno nulla perché nulla di ciò che vi bollì dentro gli ha raccontato la nostra sorda, partigiana e pressoché illeggibile storiografia” (Montanelli), avevano i loro fervori, i loro furori, le loro risse e rotture, le loro fughe nell’astratto e interminabili accademie. Almeno qualche tempo fa c’erano una Destra e una Sinistra vere a darsi battaglia, ugualmente ruggenti e facinorose. Ora cosa rimane? Rimangono due ridicoli ed inutili elenchi letti da Fini e Bersani a “Vieni via con me”. Consoliamoci, a qualcosa sono serviti: a farci capire che Destra e Sinistra non esistono più.
L’uomo di sinistra certamente dirà, per discolparsi, che il suo socialismo non era QUELLO dei paesi comunisti. Già, nemmeno la mia Destra è QUELLA di Berlusconi e, volendo essere pignolo, nemmeno quella di Fini. Ma allora bisogna cercare di capire come mai in Italia sia la Destra che la Sinistra non sono mai QUELLE. Ma da quando la questione morale, il patriottismo, la legge uguale per tutti e la cultura sono prerogative di questa o quell’altra ideologia o idea politica. Ma c’è ancora qualcuno che crede sul serio che “un pacchetto di Marlboro è di destra, di contrabbando è di sinistra”, “la pisciata in compagnia è di sinistra, il cesso è sempre in fondo a destra”? No, la verità è che la politica italiana è come una partita di football americano. I voti di fiducia sono punti in palio, che importa se sarà un +9, +12, un -2, -6. Il touchdown nel football americano, nel football canadese e nel football a 9 è la meta, che vale 6 punti. Può essere segnato essenzialmente in due modi: ricevendo un passaggio al volo all’interno dell’area di meta (end zone) o varcando la stessa con il pallone in mano. Il touchdown, il 14 dicembre, è nelle mani di Gianfranco Fini e dei finiani, ma anche in quelle sporche e puzzolenti dei comprabili, di quelli che stanno perennemente sul mercato. Ma che importanza ha se Fini varcherà l’area di meta con il pallone ( o pallino, o forse il famoso cerino) in mano. Che importa, se la politica si riduce a questo?
E infine, l’ultimo quesito, “Cosa rimarrà della Seconda Repubblica? Come la racconteranno gli storici? Tra dieci o vent’anni proveremo un senso di stupore, non crederemo alla sua esistenza, a chi la rappresentava. Impossibili Gasparri e Carfagna ministri, Berlusconi o D’Alema presidenti del Consiglio. Incredibili Dell’Utri e Cuffaro senatori. Per salvarci la coscienza riscriveremo allora la Storia, costruiremo dei solidi alibi. Così come il fascismo fu colpa di Mussolini, la seconda Repubblica avrà Berlusconi come unico responsabile. Gli altri, tutti gli altri, i servi, i mafiosi, i collaborazionisti a tempo pieno della più indecente sinistra d’Europa, i leccapiedi, i portaborse e le puttane di regime si salveranno. La Seconda repubblica è al suo tramonto, ma è un tramonto lunghissimo, che non termina mai. Forse perché dopo il tramonto verrà una notte di cui abbiamo paura” (Beppe Grillo).


Un italiano antropologicamente diverso

di Saverio Zlatan Mazzeo

“Se avete preso per buone le verità della televisione, anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti..” cantava Fabrizio De André in “Canzone del Maggio”, liberamente tratta da un canto del maggio francese del 1968 di Dominique Grange, il cui titolo è “Chacun de vous est concerné”. Nell’Italia della Repubblica televisiva fondata sul tubo catodico è assai difficoltoso viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, si viene addirittura accusati di essere anti-italiani, di volere il male dell’Italia. Ma cosa vuol dire essere anti-italiani? O meglio, essere anti-italiani vuol dire difendere i propri diritti e denunciare l’accumulo di privilegi di una determinata classe politica e sociale? I ruoli dell’intellettuale e del cittadino critico sembrano ormai essersi estinti. Vige un’omogeneità di idee, un allineamento di posizioni, un assopimento lento e inesorabile. Eppure la storia del mondo ci parla da sempre di uomini insofferenti verso determinati sistemi politici, stanchi di guerre continue, di costanti soprusi: come non ricordare lo spirito polemico di Tacito, che nella “Germania” idealizza anche eccessivamente i costumi dei germani, la loro purezza e semplicità, in aperta antitesi con la corruzione dilagante del troppo raffinato e decadente mondo romano; oppure il Montaigne e Bartolomeo de Las Casas, che nei secoli XV e XVI rappresentarono l’espressione più alta della polemica anti-Europea difendendo e lodando le popolazioni indigene del nord America, contrapponendo la pace e la tranquillità di quelle terre lontane alla lotta continua che straziava l’Europa; fino ad arrivare in Italia, con l’incredibile storia umana e professionale di Indro Montanelli, un italianissimo anti-italiano che nel ’68 scriveva contro i crimini del comunismo rischiando la pelle. Un uomo sostanzialmente “contro”:controverso,controcorrente, contro i poteri forti. In questo ruolo scomodo e gratificante al tempo stesso, insieme al più grande giornalista italiano del Novecento, Fabrizio De André fu il maestro assoluto.

Quando ancora nella nostra amata penisola si gettavano le basi di questa nuova prodigiosa forma di governo, in maniera formidabile tradusse in musica e poesia una linea di pensiero netta, fatta di pensieri forti accompagnati da una malinconia precoce, preesistente a quella nostra, di oggi. De André ha scritto canzoni per molti, non per tutti. Visto che stavano dentro a stagioni fatte di schieramenti forti, di sogni simili a bellissime utopie da combattere o condividere. E’ quello che meglio ha impersonato il ruolo di “cattivo maestro”, quello che ha saputo essere interlocutore nello scontro politico, sociale e culturale di un’Italia spaccata in due, quella del ’68. È quello che ha incarnato, in un periodo di forti contrasti, crisi e attacchi alla borghesia, la figura dell’intellettuale critico, scegliendosi una collocazione da anarchico, distaccandosi quindi, sia dalla borghesia, dalla quale proveniva per origine, sia dal proletariato, al quale non apparteneva. Era un anarchico vero, molti lo sono a parole, ma lui ha cercato di esserlo nella vita. scontrandosi con una società ed un’autorità che non riconosceva e sopratutto con le sue contraddizioni: ” Da un punto di vista ideologico, se posso permettermi il lusso del termine, sono sicuramente anarchico. Uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio e attribuisce agli altri, con fiducia, le stesse capacità. Credo che l’esperienza libertaria possa diventare concreta in piccole isole felici. Ma è molto difficile, perché la specializzazione maledetta porta gli uomini a considerare se stessi come delle macchine con una determinata e specifica funzione”. Il più grande poeta italiano del ’900 sembra però aver peccato di ingenuità su certe questioni, lo ammette del resto anche lui asserendo di essere molto fiducioso negli altri, attribuendo agli altri le sue stesse capacità, dimostrando così una visione romantica dell’anarchia, forse ben lontana dalla realtà. Quella troppa fiducia mai nascosta per una certa corrente politica non sembra venir meno quando scrive “La domenica delle salme”, che è senza dubbio l’apice dell’espressione politica nei testi di De André. Qui, addirittura, il poeta sembra nobilitare in qualche modo il terrorismo paragonando le sofferenze patite in carcere dai brigatisti al noto episodio risorgimentale delle “Mie prigioni” di Silvio Pellico. Un attestato di stima al terrorismo che sembra comunque esagerato. Ma questa è anche la canzone della droga e di Milano come epicentro di una lotta che non c’è più (e De André dimostra che l’arte può davvero vedere nel futuro parlando della Baggina da dove, di lì a poco, sarebbe cominciata Tangentopoli).

Il carattere reazionario di Faber viene fuori ancora una volta con un’altra dichiarazione: “Sono incazzato, indignato per aver visto duecentomila metalmeccanici in piazza a raccontare i loro problemi di sopravvivenza. Erano lì non per difendere un’ideologia fatta di slogan o altro, ma per palesare l’incapacità, l’impossibilità di tirare avanti…E il fatto che le mie canzoni procurino questo tipo di emozione, di disagio, implica, secondo me, che c’è in giro tanta gente incazzata, disgustata per come vanno certe cose. Chi non prova questo disagio stia attento, perché la corda può essere tirata sino a un certo punto” (1991). Il poeta genovese si fece portatore sano di un senso critico ormai scomparso dal dna degli italiani, attento a non ostentare mai un vezzo, un’arroganza, nonostante la forza delle idee. Invidia, brama di potere, lotta di classe, rivolta: temi descritti con note e parole scelte con una cura in via di estinzione, attraverso i protagonisti delle sue canzoni, personaggi portatori di valori e anche di non-valori. Come il “bombarolo”, personaggio tratto da “Storia di un impiegato”, un album intriso di significati politici. Un personaggio di cui quasi non si comprende il carattere, terrorista pericoloso o goffo visionario? Brano che è l’apoteosi dell’individualismo anarchico: il potere non nasce dalla canna del fucile, come sostenuto da una famosa espressione di Mao, ma addirittura dalle singole mani del bombarolo. Sempre in ” Storia di un impiegato” c’è il complemento del bombarolo con “Nella mia ora di libertà” in cui De André ci informa che non ci sono poteri buoni e chi non lo capisce è addirittura un coglione.

E’ costante l’attenzione per i problemi sociali accompagnata da un innegabile impegno politico. E’ una dote straordinaria quella del poeta genovese, che tocca grandi temi scavando nella storia e nell’anima dei singoli, e raccontando storie di contraddizioni, passioni e sconfitte dà voce ai mille volti della sofferenza. Insomma un cittadino partecipe, un italiano ribelle che denunciò i soprusi del potere attraverso il suo mestiere. Uno che nell’Italia berlusconiana verrebbe definito un sovversivo, un nemico della fede, della famiglia, dell’Occidente, un fiancheggiatore di Al Qaeda. A dimostrazione che gli anni passano ma la mentalità rimane la medesima: una mentalità cattiva, individualista, ferocemente attaccata al denaro e al disprezzo del diverso. D’altronde è recente ciò che ha scritto Roberto Saviano sull’Italia infelice e cattiva, il paese “dove i diritti divengono privilegi, e quindi dove il nemico non è il meccanismo sociale che ha permesso questo, ma bensì chi riesce ad avere quel diritto”. Eccolo un altro, si dirà. Ma in pochi arrivano a comprendere che la “polemica anti-italiana” non viene condotta perché veramente si voglia la fine dell’Italia, ma anzi perché se ne vuole una più alta vita: deriva non da odio, ma da grande amore. Nessuno è più italiano di sentire di questi uomini i quali biasimano i costumi del belpaese. E De André, infine, descrisse come meglio non si poteva il sentimento popolare verso la nostra vecchissima politica: “il popolo quando gli parli di politica, a meno che non sia politicizzato nelle fabbriche, ti manda a fare in culo” (1992).


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