“Forum per i Castelli Romani”, i cittadini verso il ritorno alla gestione della cosa pubblica

di Beatrice Donati

La crisi dei partiti degli ultimi decenni, riconducibile essenzialmente alla fine delle ideologie, ha generato una richiesta di partecipazione dal basso da parte degli attori della società civile sempre più pervasiva e su tutti i livelli: locale, nazione e persino europeo. Venuto meno il ruolo del partito come cinghia di trasmissione tra sistema politico e corpo sociale, i cittadini, ormai in grado di porsi coscientemente di fronte alle problematiche più complesse differentemente da quanto avveniva agli albori della Prima Repubblica, hanno deciso di riappropriarsi della gestione della cosa pubblica, facendo tornare in auge la classica dicotomia tra democrazia diretta e democrazia partecipativa. Tale contrapposizione, citando Bobbio, “si esprime nella richiesta che la democrazia rappresentativa venga affiancata o addirittura sostituita dalla democrazia diretta”, di stampo rousseauviano. È in questa direzione che si muove il neonato Forum per i Castelli Romani che, nelle tre giornate di tavoli di lavoro svoltesi ad Ariccia tra il 10 ed il 12 giugno, ha registrato un’entusiastica partecipazione da parte di cittadini, operatori economici e rappresentanti di associazioni.

Luca Nardi, uno dei maggiori esponenti di questa nuova rete cittadina, così certifica la soddisfacente riuscita dell’iniziativa: “Abbiamo registrato circa 400 contatti che attraverso il carattere innovativo dell’approccio orizzontale dell’OST (Open Space Technology, modalità di riunione assembleare che vede la disposizione dei partecipanti in cerchio, ndr) hanno contribuito con entusiasmo alla formazione di gruppi di lavoro. Le tematiche emerse hanno ben inquadrato le urgenze per il nostro territorio: economia e turismo sostenibile, democrazia diretta, mobilità, ecologia e tutela delle risorse.”

Occorre aggiungere che uno dei caratteri più propulsivi di questa aggregazione sociale è l’assenza di una struttura gerarchica, favorita dalla assoluta e gradita mancanza del sostegno di partiti politici che, ad avviso di chi scrive, troppo spesso hanno condotto politiche pubbliche inefficienti, mere espressioni di gruppi di interessi intrapartitici, che hanno reso addirittura trascurabile la posizione del partito nel continuum destra-sinistra, a livello sia nazionale che locale.

Ma la strada è tutta in salita: “Dobbiamo migliorare in moltissimi campi, dalla comunicazione, allo sviluppo di metodologie ancor più efficaci, alla formazione dei volontari, ad una più ampia valorizzazione delle numerose competenze.”

L’intensa attività di questi giorni dimostra che la riscossa civile, a seguito del successo ariccino, non si ferma: “Quando questo articolo andrà in stampa avremo già scritto insieme il manifesto fondante del Forum, con le regole, i princìpi e lo spirito di questa aggregazione aperta ed inclusiva. Abbiamo in mente di costruire dei percorsi formativi nei vari livelli organizzativi della comunicazione ecologica e nella elaborazione e realizzazione di progetti concreti. Nel frattempo ci sono già alcune iniziative in cantiere finalizzate alla conoscenza e alla valorizzazione del nostro territorio. L’unico modo per fermare la distruzione della nostra terra è progettare e realizzare un’economia alternativa ed eco-compatibile, per creare lavoro, giustizia sociale, opportunità e qualità della vita. Costruiremo il cambiamento attraverso lo sviluppo del confronto inter-settoriale e delle sinergie tra società civile, economia e mondo accademico.”

Il nostro augurio è che, attraverso questa iniziativa, i cittadini dei Castelli Romani si riapproprino dei luoghi in cui vivono, abitano e lavorano, nella speranza soprattutto dell’avvento di una primavera che torni a far risorgere culturalmente queste terre un tempo meta di Grand Tour e studi, da Stendhal a Frazer.



Le Ultime…Starr

di Sophy60Rock

“Chi si ferma al passato costudisce un cimitero” ma è pur vero che non amare e conoscere il passato è un limite per la comprensione del futuro: una visuale  un pò filosofica per descrivere le emozioni contrastanti di un concerto, eppure è questo che si prova davanti ad uno dei mitici quattro: Ringo Starr. Un nome, e subito una qualifica: “Uno degli uomini più fortunati degli anni 60″…perché imparare a suonare a metà novecento, in una clinica per bambini, è quello che immaginate, semplicemente. Che non sia un batterista tecnico, è un dato più che una critica; dicono anche che Van Gogh non abbia mai avuto una tecnica di pittura.

Indubbiamente la carta vincente della sua carriera è stata il ruolo semplice ma essenziale e perfettamente idoneo svolto nei Beatles. Poi sono finiti gli anni d’oro del pop inglese, e Richard Starkey (nome di battesimo) ha intrapeso una carriera solita – meno fortunata – con la All Starr Band, permettendo però a nostalgici e nuovi fans di godere di un “pezzetto” di storia. Il concerto del 4 luglio all’Auditorium regalava tutto ciò: uno spettacolo a cui restare parzialmente interessati purtroppo, ma emozioni e lacrime che sapevano di “A little Help From My Friend” e di “Act Naturally”. E Ringo, anima unificante dello storico quartetto, simbolo dell’amicizia della band, è riuscito a dare quello che tutti i fans dei Beatles erano andati a cercare – costosamente – in questo evento. Unica mancanza… un saluto rapido, quasi impercettibile, troppo da Rock Star… perdonato solo per la chiusura sulle note di “Give peace a chance” che ha mandato in delirio il pubblico. Nemmeno questo torto può però toglierli la qualifica del più simpatico ondeggiante baronetto, amatissimo superstite di un mondo che giorno dopo giorno si allontana.


ROMA EUROPRIDE 2011

Guarda l’album fotografico:

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Santoro: eroe per una notte

di Saverio Mazzeo

Annozero non delude mai. L’ultima puntata, fino ad ora, del programma di Santoro ha regalato emozioni. E sì, perché succede che giovedì sera sintonizzi la tua tv su Rai2 sapendo che potrebbe essere l’ultima puntata (ci dissero così anche l’anno scorso) e, automaticamente, ti aspetti di assistere all’attacco frontale del giornalista campano a Garimberti. Non a Berlusconi, a Garimberti. Perché Santoro sarà pure un vecchio arnese della sinistra, ma non è banale. In realtà, forse, ti frega poco degli ospiti, i politici, o presunti tali. L’informazione la fa il contorno, cioè tutto il resto. As

petti e aspetti ancora, davanti al televisore, sino alle undici e venti minuti circa. Lo fai, forse inconsciamente, solo nella speranza di vederlo zittire due ministri del calibro di Castelli e Brunetta; nella speranza di poter avere anche tu, insieme a lui, idealmente, la possibilità di replicargli in faccia, perché proprio certe sere non li reggi questi signori. E puntualmente lui lo fa. Prima però, e qui viene il brutto, l’irreparabile, l’insopportabile persino, devi sorbirti il resto. Prima le prediche di don Bersani, in versione cardinalizia con tanto di pause soporifere. Eh, se non ci fosse stato Crozza con le sue imitazioni esilaranti…( ti chiedi mentre ti affossi pian piano sul divano). Poi il duetto formidabile Brunetta-Castelli, che litigano perché mentre parla uno lo interrompe l’altro e viceversa. E pensi: avessero almeno qualcosa di serio da spiegare… Poi un primo lampo, ed è dello stesso Brunetta, quando ricorda al prete progressista che solo qualche anno fa, lui, il nucleare lo voleva eccome. “Si vabbé ma…”, si dirà. Lo voleva, punto. Tant’è che pensi: vuoi vedere che stasera Brunetta mi dà qualche soddisfazione? Invece niente, è un falso allarme. Poi inizia a dare i numeri anche lui. A proposito, c’è Castelli! No niente, quando parla lui il tuo cervello è in “stand by” (succede soprattutto se sei Terrone). Nel mezzo, però, c’è spazio anche per chi ti rinsavisce, ognuno a modo suo. Uno con i discorsi intelligenti sulla politica energetica e l’altro con qualche battuta o metafora esilarante: Beppe Grillo e Tonino Di Pietro. Nonostante la simpatia innata dell’ex magistrato, ti tocca riconoscere che i ruoli sono invertiti. Non se l’abbia a male il buon Tonino, perché una “standing ovation” se la becca lo stesso quando si riferisce al Nano dicendo:“A me va bene che il fedele non vada in chiesa, ma che il prete dica “non venite a messa” mi pare un peccato mortale”. Mentre Grillo, come al solito, colpisce nel segno. Illustra, argomenta, fornisce fatti (ah! I fatti… che bello sentir parlare di fatti, nell’Italia delle opinioni). Arriva l’ora di Travaglio. Ecco, finalmente Annozero ti sembra una tribuna politica. Peccato duri solo cinque miseri minuti, troppo pochi per chi ha voglia di sentir parlare gente che non urla, che parla bene. Gente d’altri tempi forse. Dispensa qualche pillola di giornalismo serio, poi si rimette al suo posto e di lui si sentono solo le risatine contagiose.

 E infine l’eroe, o l’antieroe, della serata: Michele “Sant’Oro”. Dicono che sia diventato antipatico, magari lo è sempre stato. Che sia fazioso lo dicono in tanti, ma questo non è un problema, almeno per te. Per esempio, preferisci lui, e di gran lunga, a quel mattacchione di Fabio Fazio. Lui, che fazioso lo è eccome, ti sta sui santissimi perché fa di tutto per nasconderlo. In pratica, fa lo scemo per non andare in guerra. Santoro invece no, quasi te lo conferma con lo sguardo. Anzi, ci gioca su questa cosa, anche con gli ospiti. Ed è questa sua sincerità che apprezzi di lui, oltre che la sua bravura da indiscusso showman. L’apoteosi arriva nel finale, quando non può far altro che rivendicare i suoi numeri (numeri da fenomeno, piaccia o non piaccia); quando disperatamente invoca una Rai libera dai partiti, pubblica più che privata; quando, insieme a te, grida in faccia ai ministri, ancora più forte di loro. E in quel momento provi quasi un orgasmo di libertà.


E se domani

di Saverio Mazzeo

Per entrare a far parte della politica italiana non serve una laurea, servono i soldi. E questo perché la Costituzione è stata scritta dai partiti, ed è a loro stessi che essa accorda i più grandi privilegi. Così uno dei padri costituenti, Basso: “I partiti sono la più alta espressione della democrazia, perché consentono a milioni di cittadini di diventare ogni giorno partecipi della gestione politica della vita del Paese” (seduta pomeridiana del 6 marzo 1947). Peccato però, che proprio i partiti non siano stati istituzionalizzati dai costituenti, assumendo la forma di mere “associazioni private”. Ed ecco apparati sempre più imponenti che sempre di più richiesero somme di denaro tali da sorreggerli. Ecco la corruzione ed il suo culmine: Tangentopoli.

La politica della grande democrazia italiana nata dallo scempio animalesco di piazzale Loreto, quindi, non è pubblica ma privata. Un bene è pubblico quando è di proprietà di tutti. Di conseguenza, la politica è di tutti se tutti possono accedervi senza distinzioni di portafoglio, conto in banca, parentela, look. Gli italiani hanno rinunciato a quel bene – che richiedeva partecipazione, potere di decidere, quindi responsabilità – dandolo in appalto alla “classe politica”, l’élite teorizzata da Gaetano Mosca. Solo colpa del Nano?

Ora, la Carta fondamentale è improvvisamente divenuta Santa. Ma non illudetevi, non è per devozione verso di essa. Piuttosto, sembra una nuova moda, insieme con “l’invito ad abbassare i toni”. Fanno a gara per sembrare, ognuno, il più rassicurante, serioso, responsabile. Intanto non c’è una sola norma costituzionale che imponga di avere un parlamento “pulito”, sarebbe il minimo. Mentre i partiti continuano, grazie ad una furberia, a ricevere milionari finanziamenti pubblici.

Come si può pretendere che questi signori, che badano agli affari di partito, abbiano a cuore le sorti dell’università pubblica? La necessità primaria delle larvate dittature è sempre quella di impadronirsi delle scuole, per trasformarle da scuole di Stato in scuole di partito. L’istruzione pubblica è al tramonto. Soccombe a favore di quella privata. Si torna al Medioevo: l’epoca dei mecenate e degli intellettuali di corte. Tutta colpa del Nano e del suo Governo, diranno i conformisti che parlano con la “erre” moscia pur non avendola, quelli che studiano, quelli dei salotti buoni. Quelli che forse, grazie al partito, prima o poi arriveranno, faranno, comanderanno. Puttanate. Sono tutti esponenti entusiasti del neo-cameratismo rossonero (nel senso del “politicamente trasversale”). É la dittatura dell’élite.

Nemmeno l’istruzione pubblica è intoccabile, come niente in questo mondo. Nelle più prestigiose università italiane si tace vergognosamente su uno dei capitoli più cupi e importanti della storia italiana: la guerra civile tra il 1943 e il 1948. Ciò vuol dire che la responsabilità dello sfascio universitario italiano non è di un sol uomo, di un partito, di una ministra vergognosa. Almeno sul piano della credibilità.

Sull’entrata della facoltà di Scienze politiche de “La Sapienza” di Roma campeggia la scritta, a caratteri cubitali, “facoltà antifascista”. Ma in quanti sanno cosa significhi in italiano quell’aggettivo?

Nel frattempo, a furia di nominarli, con tanto di corona d’aglio intorno al collo, il Nano è riuscito a riesumare pure i comunisti. Quelli innocui, per fortuna. É bene che si ricordi una cosa, a proposito dei rossi: in sede di Assemblea costituente il Pci si oppose sino all’ultimo momento all’istituzione di un organo fondamentale come la Corte costituzionale, in nome di un’ideologia che prevedeva solo una repubblica “nella quale l’equilibrio dei poteri costituzionali” si accentrasse “intorno al Parlamento”, e ad esso soltanto (fra l’altro, Togliatti lo pretendeva monocamerale). Vuoti di memoria.

Riguardo alle comunali: un dieci in pagella a Pisapia e De Magistris, il semi-nuovo che avanza con la bandiera rossa da museo. L’avvocato di De Benedetti (non certo il prototipo dell’uomo nuovo) e l’ex magistrato, perlomeno sembrano mosche bianche se confrontati con gli altri. Meglio loro, si capisce. Un dieci farcito di lode a Massimo Cacciari, il filosofo (si presume marxista-leninista, data la propensione alle profezie fallite) che alla vigilia delle comunali aveva riempito intere paginate di “Repubblica” col suo monito inquietante: “Con questi candidati la sinistra non vincerà mai”. Giù il cappello.

Ma se invece iniziassimo a votare per coloro che, con grande coerenza, hanno rinunciato ai finanziamenti pubblici? E se evitassimo di inginocchiarci sui fagioli dell’ideologia? E se domani trovassimo il coraggio di partecipare attivamente alla vita politica di questo Paese senza delegare certi signori? Se ci riappropriassimo di ciò che è nostro? Se dessimo più credito ai comici entrati in politica piuttosto che ai comici della politica? Certo, sarebbe un salto nel vuoto. Ma non ci faremmo poi così male, visto che il fondo lo abbiamo quasi già toccato.

Quanto scritto dispiacerà sia ai fascistelli che ai comunistelli. Che, credete a chi vi scrive, insistono nello starci sempre tra i piedi. Eccome se insistono. Basta scendere per strada. Chi scrive, comunque, non lo fa per piacere né agli uni né agli altri.


Marco Travaglio, il visconte dimezzato

di Beatrice Donati

Marco Travaglio ha scelto. Ha scelto di condurre la sua attività giornalistica su due binari, uno dei quali, rugginoso, rischia di contaminare l’altro. Parallelamente corrono carta stampata ed immagine. Sul primo binario troviamo la sua giornaliera attività di editorialista su quel meraviglioso e riuscito esperimento libertario che è Il Fatto Quotidiano, giornale del quale ha assunto la vicedirezione pochi mesi fa, che ospita autorevolissime firme: dal direttore Antonio Padellaro a Furio Colombo. Segue lo stacanovismo relativo alla sua altissima produttività di saggi di inchiesta che annualmente pubblica solitariamente o assieme a colleghi come Gomez, Barbacetto o Lillo.

Il secondo binario invece è corrotto dalla ruggine. Qualche sera fa, durante Annozero, abbiamo assistito all’ennesimo e triste scontro con il direttore di Libero Maurizio Belpietro che con i soliti mezzucci, per evitare l’ormai storico dibattito sul conflitto di interessi del Presidente del Consiglio, ha preferito passare agli attacchi personali. Il confronto però ha assunto una piega davvero da bassa cucina. Travaglio ha ecceduto in risate spavalde, ha taciuto sull’accusa rivoltagli relativa al suo processo andato in prescrizione e con il suo tono spocchioso ha alimentato un teatrino vergognoso, fatto ancor più grave se si tiene conto dell’autorevole presenza di Al Gore. Questi scontri gladiatori post-industriali fanno male, soprattutto per l’effetto che generano: la categorica suddivisione delle persone in “paladini della giustizia” e “servi”. Troppo semplice. Il giornalista dovrebbe preservarsi, anzi, salvarsi da simili etichette: questa professione non ha bisogno obbligatoriamente di visibilità – il caso del compianto Roberto Morrione ne è un esempio – neanche se si lavora sul piccolo schermo: Gad Lerner, ad esempio, annualmente si impone di partecipare massimo ad una o due puntate di Annozero, proprio per non correre un simile rischio. L’esempio del maestro Montanelli, l’anarchico conservatore, è chiaro: il giornalista non deve appartenere a nessuno, neanche ai propri lettori. Eppure l’accondiscendenza verso simili meccaniche ha prodotto un pubblico limitato che arriva a porre politica e giornalismo sullo stesso piano, portando gli esponenti della seconda categoria ad assumere le stesse modalità di comunicazione della prima.

Un altro vagone fondamentale che a volte rischia di diventare obsoleto è quello relativo alla visione unidimensionale della Giustizia e della magistratura. Qualche mese fa, quando Antonello Piroso durante una puntata di Niente di personale, gli chiese chi preferisse tra giacobini e girondini, Travaglio rispose di simpatizzare per i secondi perché favorevoli all’indipendenza della magistratura dal potere politico, differentemente da quanto avviene attualmente in Francia dove il pubblico ministero dipende dal Governo, rapporto di derivazione giacobina. Ma come può un laureato in Storia Contemporanea cadere in così facili banalizzazioni decontestualizzando la scelta robespierrista dalla Rivoluzione francese? Si giunge poi alla criminalizzazione cieca di Nichi Vendola a seguito dello scandalo della sanità in Puglia, fino ad arrivare all’attacco nei confronti dell’attuale candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia che, tempo fa, si dichiarò favorevole alla separazione delle carriere, al divieto di appello in caso di assoluzione ed addirittura all’abolizione dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa, reato causante non poche equivocità giuridiche. Mentre oggi sullo stesso Fatto Quotidiano Pisapia è incensato, Travaglio ieri non esitò a bollarlo come «turbogarantista». Queste, tuttavia, rimangono le legittime posizioni di un libero pensatore.

La vera scelta irreversibile si limita a due sole alternative: consegnarsi al divismo o rimanere orgogliosamente lo storico dell’istante.


About Jack Folla

Un Dj nel braccio della morte

di Sophy Rock

Quando Diego Cugia autografò la copertina del mio “Jack Folla” con la dedica “A Sofia, auguri per il tuo libro” non me ne importò molto. Avevo ascoltato tutta la presentazione del suo nuovo scritto, ero rimasta affascinata ma non particolarmente, forse perché l’intrattenitore del meeting letterario era Federico Salvatore ed il clima era molto ironico e leggero. Avevo poi accantonato questa mia piccola scoperta culturale, fino a ieri notte quando, accendendo la radio su una frequenza a caso,  sento uno speaker parlare di un Albratos, con una sensazionale perifrasi per descrivere il suo volo maestoso: era proprio Cugia alias Jack Folla. Così ho riascoltato alcune puntate del programma radiofonico, ho riletto i passi che più mi avevano colpito del suo libro e si è risvegliato quindi un interesse che ora voglio convidere e far conoscere.

Per chi non l’abbia mai sentito, Jack Follaè un personaggio di fantasia natodalla pennadello scrittore,giornalista e regista Diego Cugia. Jack conduce un programma radiofonico dalla sua cella di Alcatraz, celebre prigione americana; il programma è stato trasmesso realmente su Radio Rai 2 nel ’99, riscuotendo subito un enorme successo. Si tratta di una mescolanza di interventi critici, politici, sociali e musica davvero, davvero buona. Con proposte che vanno dai classici del Rock al cantautorato italiano, ogni trasmissione è ricchissima sia di riflessioni sulla realtà italiana e mondiale, sia di semplici pensieri dello scrittore che frequentemente diventano intermezzi poetici, aforismi e frasi d’effetto. La voce di Cugia è coinvolgente e calda, il linguaggio fervente: impossibile non farsi trasportare. Dal 2010 le puntate della prima stagione (ne esiste una seconda, “Jack Folla c’è”), vengono ritrasmesse sulla stessa radio a mezzanotte e vi consiglio di ascoltarne almeno una per meglio comprendere questo originale fenomeno culturale. E se ne rimarrete affascinati, cosa su cui ho pochi dubbi, potrete facilmente reperire in streaming tutte le puntate.

Perchè vi parlo di Jack Folla? Ovviamente per ricordarvi sempre dove c’è la buona musica, e su quale stazione radiofonica sintonizzarvi mentre guidate tornando a casa. Ma questa volta il servizio è completo: tra un disco e l’altro, non potrete spegnere il cervello!


Caso “Ingroia-Ciancimino”, macchina del fango o altro?

di Saverio Mazzeo

Esistono delle verità difficili da afferrare, fatti o misfatti quasi impossibili da interpretare. Questo vale per qualunque inchiesta di tipo giornalistico, ma esistono circostanze in cui, se si vuole raccontare, descrivere, disquisire, è indispensabile procedere con prudenza e lucidità. Quando si scrive di mafia, ‘ndrangheta, sud Italia, santoni e padrini, collusi, concussi e corruttori, servono requisiti specifici, extra. Al magistrato, nell’atto dell’interrogatorio, è indispensabile conoscere il linguaggio dei gesti, il senso degli sguardi, delle pause studiate, degli stessi silenzi. Al giornalista, al cronista, dovrebbero bastare i documenti, gli atti delle procure, le sentenze (arrivate e mancate). Tutto il resto è aria fritta, fumo negli occhi, soltanto schiuma. Il 21 aprile 2011 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ha arrestato Massimo Ciancimino, il figlio del boss mafioso Vito, con l’accusa di calunnia aggravata nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia. Quest’uomo è stato accusato di avere consegnato ai magistrati un falso documento in cui si fa il nome, per l’appunto, di Gianni De Gennaro tra i personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta “trattativa” tra mafia e Stato del 1992. Che c’entra Ingroia? Sostituto procuratore a Palermo dal 1992, ora procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia, è il magistrato che si occupa proprio dei processi riguardanti i rapporti tra la mafia e il mondo della politica e dell’economia. Una delle indagini che hanno fatto capo a Ingroia riguardava l’attuale senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, che avrebbe fatto da ponte tra mafia e mondo imprenditoriale del nord attraverso l’intermediazione di mafiosi come Salvatore Riina e i fratelli Graviano. Il magistrato ha ottenuto la condanna per Marcello Dell’Utri nel 2004 a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, confermata in appello il 29 giugno 2010 con una riduzione di due anni; il senatore del Pdl è stato però assolto per le condotte successive al 1992, poiché i giudici hanno giudicato non provato il “patto di scambio” politico-mafioso con Cosa Nostra mentre è stata archiviata la posizione dell’indagato nonché presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ma veniamo al punto: lo stesso magistrato siciliano ha dichiarato che ”un eventuale giudizio di inattendibilità di Ciancimino danneggerebbe una parte dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma non tutta nel suo complesso”.

Ora, sulla questione “papello” sorvoliamo volutamente; che se ne occupino Ingroia e le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che dopo lo scontro sono arrivate, pare, ad un’intesa di collaborazione. La questione giudiziaria riguardante gli avvenimenti successivi alla strage di via D’Amelio è tutt’altro che chiusa visto che ci sono molte ombre sull’operato delle forze dell’ordine e del generale Mario Mori (al processo contro quest’ultimo dovrà testimoniare proprio Massimo Ciancimino, il 10 maggio a Palermo). Il fatto è che le dichiarazioni rese da Cincimino in tribunale parlano anche di presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Don Vito avrebbe riferito al figlio che nella realizzazione di Milano 2 sarebbe stato investito del denaro anche dagli imprenditori mafiosi Buscemi e Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori mafiosi palermitani e l’ex sindaco di Palermo potrebbe essere stato Marcello Dell’Utri. In realtà, la Sezione Penale della Corte d’Appello di Palermo ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell’Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”.

Sul piano mediatico, la credibilità di Ciancimino è scesa senza alcun dubbio. Intanto, ricordiamo che Ciancimino è indagato in quattro procedimenti: per calunnia dichiarativa, per calunnia documentale, per associazione mafiosa e infine per detenzione di esplosivi. Lo stesso Ingroia ha dichiarato:”Bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce”. Ma la domanda è questa: perché le stesse accuse – ritenute inattendibili – che prima avanzava Vito Ciancimino, nel momento in cui le avanza il figlio subito diventano credibili? Forse siamo di fronte ad un nuovo fenomeno mediatico e di costume? Il collaboratore di giustizia ha scritto un libro, va in tv, è un eroe dell’antimafia, forse è solo un esibizionista. Sul fatto che Ciancimino sia stato rilanciato mediaticamente da Santoro in “Annozero”, lo stesso Travaglio afferma, senz’altro giustamente, che “…a parte il fatto che Ciancimino è stato intervistato dai giornali di tutto il mondo e dalle televisioni di tutto il mondo, a parte il fatto che Ciancimino, qualunque cosa si pensi su di lui, è giornalisticamente una notizia perché dice delle cose molto forti, non si vede per quale motivo chi intervista una persona dovrebbe poi rispondere di quello che fa o di quello che ha fatto quella persona. Ci mancherebbe altro. Montanelli diceva: se mi dessero da intervistare il demonio io vado a intervistare il demonio”. In precedenza, e più volte, lo stesso Travaglio, sdegnato e infastidito ammoniva :”Moggi ha adottato una difesa berlusconiana. Spara a zero, dice cazzate, fa libri di memorie, va in televisione, scrive sui giornali. Appena accendi la tv, lo vedi che pontifica”. Ah bé…! Nell’aprile 2010, invece, esce il libro scritto da Ciancimino junior insieme a Francesco La Licata dal titolo “Don Vito”, che naturalmente viene subito attenzionato dalle Procure di Palermo e Caltanissetta che ne acquisiscono copia nelle inchieste sulla presunta trattativa Stato-mafia. Ecco, lui sì che i libri li può scrivere!

Lui che si fa trovare 13 candelotti di esplosivo da cava sotterrati nel proprio giardino di casa, in via Torrearsa a Palermo, con tanto di detonatori e miccia. Lui che afferma: “Erano in un pacco inviatomi con una lettera di minacce. L’ho messo in acqua e poi sotterrato, per non spaventare la famiglia e non creare tensioni”. Cioè, gli arriva un pacco con candelotti di dinamite a casa e lui non si preoccupa nemmeno di sporgere denuncia. Ora rischia fino a 8 anni di carcere per quei 13 candelotti di dinamite sotterrati in giardino. Il 10 marzo 2007, invece, era stato condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di reclusione dal tribunale di Palermo per il reato di riciclaggio. Nell’ambito di quel processo, rilevante era stata l’intercettazione ambientale tra Massimo Ciancimino e Girolamo Strangi, l’uomo indagato dalla Procura di Reggio Calabria in quanto ritenuto dagli inquirenti l’economista della ‘ndrina dei Piromalli. Ciancimino, spavaldo, diceva all’affiliato della ‘ndrangheta: “Io faccio quello che minchia voglio là dentro. L’altra volta mi sono andato a vedere un “file” dove c’erano le barche da sequestrare”. Per “là dentro” intendeva la banca dati dell’antimafia. Mentre, riferendosi a inchieste fiscali a suo carico e alla trasmissione “Annozero” affermava: “L’hai vista? Sono un’icona per loro. Se io dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e robe varie, loro…in gioco io c’ ho molto di più di un’inchiesta fiscale. E allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni, non mi screditate per una cazzata”.

Siamo di fronte ad un nuovo tentativo di delegittimazione da parte dei berluscones perché “il magistrato (Ingroia ndr) si sta avvicinando ai segreti dell’origine della fortuna finanziaria di Berlusconi”? Non sappiamo se la macchina del fango abbia colpito ancora. Una cosa però è certa: Ingroia, di colpe, non ne ha, e va tirato fuori dal polverone.


Referendum sul nucleare: una scelta consapevole per il mondo

di Alice Carnevale

Qualche volta arriva il momento di capire che le astrazioni mentali valgono ben poco quando si fanno i conti con la realtà, che le logiche  create da sé per auto-convincersi della loro perfezione sono estremamente fragili, che le elucubrazioni da intellettuali, condite con numeri accuratamente selezionati crollano in mille pezzi di fronte alla superiorità della natura, alla sacralità della vita umana, alla cruda morte.

Tra pochi giorni noi italiani saremo chiamati alle consultazioni referendarie, e dovremo scegliere anche se votare a favore o contro il nucleare. Questa volta non ci sono scuse per i pigri, gli apatici, i disillusi dalla politica: è la democrazia stessa ad invitarci, non siamo noi a doverla inseguire. Non si tratta di organizzare proteste, blocchi o quant’altro: le istituzioni ci aprono le porte senza che ci sia bisogno di forzarle. E noi non possiamo non entrare facendo una scelta consapevole.

“L’uomo porta sulle sue spalle il peso del mondo intero, è responsabile del mondo e di sé stesso quanto al modo di essere” diceva Sartre, e non esagerava. Perché ogni qualvolta prendiamo una scelta dobbiamo diventarne responsabili: ciò che noi scegliamo è ciò che secondo noi dovrebbe scegliere il mondo intero, ed essere consapevoli di una nostra decisione significa assumersi il peso di dire che quella è la migliore non solo per noi, ma per tutti.

Pare che i numeri dell’economia siano un’ottima argomentazione per sostenere il nucleare: “l’Italia è già così indietro che non può permettersi di dipendere ancora dagli altri Paesi per l’energia. Non è la paura per ciò che è successo a Fukushima che deve rallentare la nostra crescita. E poi basta guardarsi intorno: siamo circondati da Paesi che da anni hanno impianti nucleari, costruirne qui non aumenta il rischio per la nostra salute oltre quello che già abbiamo.”

Bene. Ma se si vuol scegliere di riflettere sul mondo ad occhi chiusi, se si vuole guardare lo spettacolo del presente in scena con un sipario calato, dove compaiono solo i numeri dei profitti, allora parliamone, di questi numeri, ma aggiungiamo anche quelli che forse sono più scomodi, o soltanto più duri da accettare. Parliamo delle persone morte e di quelle ammalate (se anche fosse possibile aumentare il valore della vita in base ai numeri considerati), di tutte quelle che continueranno a subire le conseguenze dei disastri nucleari, di cui Chernobyl e Fukushima sono i due più gravi in mezzo ai quattordici che si sono verificati dal 1945.

Non è una giustificazione al nucleare affermare che l’Italia è circondata da centrali e una sua conformazione agli altri Paesi non è un danno più grande di quello che già esiste. Se è vero che l’Italia non è famosa nel resto del mondo per essere la prima (né a livello economico, né per quello sociale e politico), seguire gli esempi negativi di chi ci è vicino non servirà certo a migliorare la situazione esistente. Riflettiamo: l’Italia è il migliore Paese che può sfruttare l’energia alternativa, quella che può trarne più vantaggi, quella che potrebbe per la prima volta farsi portatrice di innovazione, di evoluzione. Potrebbe finalmente acquistare un ruolo superiore, di prestigio, farsi portavoce in Europa e nel mondo delle esigenze ambientaliste e non per questo rimanere indietro economicamente. La Cina, la prima inquinatrice al mondo, paradossalmente sta diventando anche leader dell’energia solare ed eolica. Questo non dovrebbe far riflettere un po’ di più?

Allora a voi, amanti dei numeri dei guadagni: se il mondo ruota attorno al denaro non significa che ruota nel verso giusto. E se anche bisogna prendere atto del ruolo fondamentale dell’economia in uno Stato e in una società, considerare con lucidità i costi e i benefici del nucleare non porta ad altro che alla convinzione che esso non è la scelta più adatta per l’Italia, che ha tutte le potenzialità per equipararsi energeticamente agli altri Paesi produttori a costi minori e a benefici molto superiori.

Possiamo scegliere. Scegliamo per noi, per gli altri, per le future generazioni. Scegliamo per il mondo intero.


Diario di Viaggio (parte II)

di Silvia Petralito

Non è facile andare via dal proprio paese. Lasciare la propria casa, i propri affetti, le proprie abitudini. Molta gente però è costretta a prendere una scelta: e scegliere la propria casa potrebbe voler dire morte.

Il problema dell’immigrazione in Italia è grave e dibattuto da tempo. L’Italia di qualche tempo fa, e in parte anche tutt’ora, veniva vista come la “nuova America” dalla gente dei paesi dell’est e da quelli africani. Gli italiani non sono mai stati però molto ben disposti all’accoglienza. Si respira un diffuso sentimento di rigetto, di paura. Ci sentiamo invasi. C’è chi dice che questa gente è venuta a rubarci il lavoro. C’è chi dice che la maggior parte di loro non sono altro che dei delinquenti, degli animali. Ci si preoccupa più di loro che della crisi lavorativa dovuta in parte anche ai raccomandati, gente con zero preparazione che ascende ad ambiti posti di lavoro solo perchè “amica di”. Sono loro quelli che rubano veramente i posti di lavoro. Ci si sofferma troppo su una visione superficiale dell’essere umano, celebrato nei secoli come essere talmente complesso, e adesso ridotto a zoomorfo. Una persona, se trattata al pari di feccia e ridotta a condizioni miserrime, diventa veramente un animale, che sia africana, italiana, americana, finlandese.

La curiosità di tutta questa vicenda è che neanche un secolo fa eravamo noi stessi italiani ridotti ad una immigrazione disperata per  la sopravvivenza. Centinaia, migliaia. E noi stessi non fummo proprio trattati teneramente. E non c’è cosa più triste per un popolo che rinnegare il proprio passato, fare finta di niente, fingere di essere sempre stati quel Paese pseudo-benestante che pretendiamo di essere adesso, alla pari dei “grandi d’occidente”. Meglio non mischiarsi con la gente del terzo mondo. E la Gelmini docet con quel progetto aberrante di qualche tempo fa di separare le classi italiani/stranieri. Roba da far accapponare la pelle.

Il mio non è un discorso politico od economico, sono perfettamente conscia del peso che un’immigrazione di massa possa portare ad un’economia già debole qual’è quella italiana( anche se, gestita in maniera corretta potrebbe anche portare a risvolti se non positivi almeno sostenibili). La mia è una denuncia allo snobbismo dell’italiano medio, al qualunquismo, al disinteressamento e al troppo interessamento in maniera distorta, all’ignoranza e alla cafonaggine verso gente bisognosa di aiuto.

Tutte le settimane si consumano tragedie sotto gli occhi impassibili del mediterraneo, intere famiglie muoiono di stenti in barconi senza acqua ne cibo. Bambini. Corpi gettati in mare. E i superstiti rimangono traumatizzati a vita da uno spettacolo al quale nessuno dovrebbe mai prendere parte. Ed è impressionante come, a questa gente venga addirittura vietato da qualche proprietario di entrare nei bar. Che vergogna. Viene spontaneo il riferimento ai cartelli “vietato entrare ai cani e agli ebrei” dei tempi del totalitarismo, sotto le leggi razziali. Cartelli tanto criticati in tempi odierni. E pensare poi che l’Italia si basa su una costituzione brocardo dei diritti umani. Articolo 3: uguaglianza formale e sostanziale. E ancora, viene  ogni forma di discriminazione legata al sesso, alla religione all’etnia, all’orientamento sessuale, al pensiero politico. Parole bellissime, è la pratica che è carente. L’intolleranza verso gli immigrati non è che uno dei sintomi di un intolleranza più diffusa verso ogni forma di diverso che colpisce gli italiani, così gelosi e attaccati alle proprie tradizioni. La bella Italia non vuole essere contaminata. Eppure integrazione è una parola così bella, da l’idea di qualcosa di pieno, di completo. Di un mutamento positivo. Bisogna abbattere le barriere mentali e culturali, e iniziare a parlare di “loro” come di “noi”:esseri della  stessa specie alla ricerca della felicità. O perlomeno, più semplicemente, di tranquillità.


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